Ecco i ritratti dei grandi Maestri dell'Equitazione. Tra questi, due mie "scoperte": il negro Tom Bass, nato schiavo che - grazie ai cavalli e al suo talento - raggiunse una posizione di assoluto prestigio nell'America becera e razzista di fine 800, e il Comandante Rousselet, un autorevole cavallerizzo, che, 200 anni prima della moda dei "sussurratori", parlava con i cavalli.

sabato 27 febbraio 2021

La leggerezza.

 La masticazione: è il primo segno di "leggerezza"?... o no?

Vi lascio a questo già discusso dilemma e passo alla leggerezza, la leggerezza è di moda.
Come spesso accade alle cose di moda, quasi tutti ne parlano a vanvera, sia i seguaci che i detrattori della "legerete".
Per prima cosa, stabiliamo cosa si intende per leggerezza in equitazione, all'uopo lasciamo la parola al "papà" dell'equitazione francese moderna in generale e al "genitore" dell'equitation en legerete in particolare- il generale L'Hotte, appunto:
 ... dal connubio tra il cavallo sciolto e ben addestrato per l'alta scuola e il cavaliere che lo monta correttamente,  nasce quello che per convenzione si chiama leggerezza,  cioè la perfetta risposta del cavallo alle più lievi indicazioni della mano e delle gambe del cavaliere.
Il Generale specifica chiaramente che la leggerezza si riferisce alla equitazione superiore ecco il testo originale:
Dunque, siccome sappiamo come il Generale tenesse ben staccata l'equitazione di scuola da quella di campagna, la leggerezza è - come scrive L'Hottw - una convenzione specifica per l'equitazione  accademica... (en vue de l'equitation savante) appunto.
Teniamo presente che all'epoca del Generale non esistevano ancora gli sport equestri ed è probabile che - se fossero esistiti - L'Hotte li avrebbe esclusi dalla necessità della leggerezza al pari della equitazione da campagna, ne abbiamo la prova dall'attuale uso massiccio dei chiudibocca in ogni tipo di equitazione e della Rollkur nel dressage.
Ma prima di affrontare l'argomento, sfatiamo un altro mito... la leggerezza è sempre esistita in quanto perfetta risposta del cavallo alle più lievi indicazioni della mano e delle gambe del cavaliere e per ottenere la leggerezza, quasi sempre - a monte - bisogna usare una severa "durezza" o - in alternativa - se ci si riesce, rompere i coglioni alla povera bestia per ore con una delicata "pesantezza".
Sapete chi è il vero padre della leggerezza?
Sapete chi l'ha meglio e realisticamente descritta?
Come vedete, di Steinbrecht ho riportato la leggerezza di gambe (estrema: l'assetto apertoe non quella di mano altrettanto interessante... mi riprometto di farlo più avanti.
Di Rousselet ho tradotto e vi ho offerto il famoso episodio di le Chasseur e poco altro.
Per il mio piacere voglio dilungarmi sulla figura di Rousselet, poco conosciuta in Francia, completamente ignorata in Italia, la considero di una modernità sorprendente, Rousselet è il personaggio a cui dovrebbero ispirarsi i karlisti e i leggieri di tutto il mondo.
Vediamo, naturalmente attingo dai diari del Generale: In quel periodo (1841 - 1845), il più autorevole Maestro di Equitazione a Saumur era Rousselet;  quando diventai Comandante Generale della Scuola feci mettere - nel maneggio degli allievi - delle targhe di marmo con incisi i nomi dei più grandi cavallerizzi francesi:  Rousselet era - con ottime ragioni - tra questi.
Più avanti mi soffermerò  a lungo su di lui ; per ora mi limiterò a paragonarlo al comandante de Novital, con l’intento di  evidenziare il pessimo  carattere di quest'ultimo.
Il Rousselet era stato comandante di squadrone di cavalleria sotto l’Impero, titolo col quale veniva ancora chiamato, pur essendo un maestro d'equitazione civile.
Ufficiale della Legione d'Onore, Cavaliere di Saint-Louis, aveva riportato in battaglia molte gloriose ferite.
Alla lunga esperienza e al raro talento equestre univa una bontà di carattere ed una signorile cortesia che lo avevano gratificato del rispetto di tutti.
Tuttavia, nelle relazioni di servizio con de Novital , incontrò grosse  difficoltà ed ebbe talmente  tanti screzi  da essere costretto a dimettersi, andando prematuramente in pensione.
Lo testimoniano i suoi manoscritti, che ho avuto occasione di leggere e dai quali ho tratto numerosi appunti.
Quando Baucher venne a Saumur fu l’occasione di ulteriori deterioramenti del loro rapporto.
Novital, sedotto dal “grande innovatore”, faceva pressioni perchè venissero adottate le tecniche di dressage  di Baucher – in particolare le flessioni dell’incollatura –  allora portate cosi' all'estremo che oggi non sarebbero più accettabili; Rousselet, saggio e gentile, si mostrava convinto conservatore dei precetti che aveva appreso a Versailles dai suoi maestri, in particolare dal marchese Ducroc de Chabannes, del quale era stato aiutante di maneggio.
Dalle sue carte, si comprende bene come fosse  in disaccordo con molte delle teorie di Baucher e con alcune delle sue pratiche...le stesse che de Novital  raccomandava con tanto ardore.
La diversita' di carattere dei due personaggi si rifletteva sui loro cavalli.
Ourphaly, il cavallo personale del comandante de Novital, presentava nel lavoro una rigida obbedienza – oserei dire - tutta militare ;  invece sia Effendi che  Arc-en-ciel , i cavalli del comandante Rousselet, sembravano  addestrati senza costrizione.
Si maneggiavano come se si stesse giocando con loro, con la grazia e l’allegria di un cavallo in libertà.
Ecco, già questa presentazione dovrebbe far drizzare le orecchie ai karlisti italioti, Rousselet raggiungeva perfettamente gli ideali della leggerezza rigettando i pieghi e le flessioni di baucheriana memoria tanto care ai moderni dressagisti leggieri .
Ma dato che ci sono, conosciamo a fondo il personaggio:  nato in campagna ebbe dimestichezza coi lalli fin da bambino... ma andiamo con ordine e continuiamo a seguire i ricordi del generale L'Hotte.
... Vado a parlare del comandante Rousselet che è stato, dopo i miei due maestri Baucher e d'Aure, il cavallerizzo più notevole che abbia mai conosciuto.
Ho già accennato a lui, quando fui al corso di allievo ufficiale, e in quell'occasione dissi che il suo nome meritava di stare tra i nomi dei grandi cavallerizzi incisi nel marmo della targa che si trova nel maneggio di Saumur.
Non è stato mai il mio istruttore diretto, ma ho cercato tutte le occasioni per vederlo montare e seguire le sue lezioni.
Quando son tornato a Saumur come tenente istruttore, Rousselet era in pensione da circa un anno, tuttavia lo vidi ancora una volta a cavallo: il generela de Goyon, che era stato suo allievo nel1827 (almeno 40 anni prima), aveva pregato il suo vecchio maestro di venire a fare una ripresa in testa al quadro dei cavallerizzi e io non potevo mancare ad assistere a quella solenne occasione.
Ricordo sempre il volto sorridente del comandante Rousselet sotto la sua chioma d'argento, la lunga rendigote nera, i pantaloni bianchi e gli stivali flosci, a cavallo di "Arcobaleno" il suo ultimo cavallo personale col quale montava quell'ultima volta. Il cavallo apparentemente libero, sembrava giocare sotto il suo cavaliere, era tale e quale a quando lo avevo conosciuto in precedenza. la sua (apparente) libertà era così grande che durante il lavoro al galoppo - più di una volta - ebbi la sensazione che il cavallo stesse per sottrarsi al suo cavaliere facendo dei cambiamenti di piede inopportuni. Ma il maestro, riusciva sempre a tenerlo sul piede giusto o almeno in una posizione perfettamente corretta. 
Je pars de ce dernier souvenir pour m'étendre sur le célèbre écuyer et aborder différentes questions se rattachant aux écoles où il a été élève ou maître.
Voici d'abord, à grands traits, le résumé de sa carrière militaire et équestre.
Quì il Generale si lancia in un dettagliato pippone sulla carriera di Rousselet che vi risparmio e mi risparmio e passo a quello che veramente ci interessa del Nostro che è stato uno che sussurrava ai cavalli ante litteram... sussurrava si fa per dire, infatti, oltre a "sussurrare" li cazziava duramente urlando a piena voce... prima di azionare  - se necessario - la cravache.
Riprendo i souvenirs del Generale:
Torno a Rousselet: all'inizio della sua istruzione equestre, ebbe come maestro Chabannes, il suo nome, la qualità del suo talento, si adattano perfettamente al periodo che sto analizzando (la vecchia scuola di Versailles), ma è il momento per andare a sviluppare e a completare quello che ho precedentemente detto a proposito del celebre cavallerizzo.
Saggio e paziente,  rappresentava l'archetipo dell'antico cavallerizzo, una immagine del passato.
Il suo assetto: molto disceso nella sella, si staffava lungo tenendo le staffe con la punta dei piedi, a questo proposito il maestro diceva: "le panche delle staffe devono esser trattate delicatamente come i piatti di una bilancia di precisione".
Le vecchie ferite di guerra, gli impedivano di assumere la perfetta posizione accademica del busto, ciò nonostante montava con una straordinaria grazia e leggerezza.
Si può dire che quest'uomo, dalle maniere così cortesi, andasse a cavallo con la stessa eleganza e la stessa verve che aveva nelle sue relazioni sociali.
L'equitazione di Rousselet si adattava benissimo sia alla scuola di maneggio che a quella di campagna, la sua caratteristica - come ho già detto - era di lasciare al lallo una apparenza di libertà così completa che l'animale sembrava esser libero da qualsiasi freno.
Obbediente, il cavallo accettava tranquillamente il suo stato sostanziale di sottomissione, lo faceva perché il saggio cavallerizzo limitava le sue richieste e sapeva lasciar al suo cavallo tutto lo slancio delle sue forze naturali e il tempo di crescere.
In effetti, Rousselet si proponeva di valorizzare le qualità innate di ogni cavallo senza tentare di fargli acquisire - sopratutto con la forza -  delle capacità che la natura non gli aveva dato.
Rousselet impiegava dei metodi del tutto personali, sapeva parlare ai cavalli e relazionarsi  con loro 
(Rousselet era avanti di 200 anni rispetto ai relazionisti attuali. NdT)
sentiva quando il cavallo, anche quello più ombroso e impressionabile, si rasserenava col suo approccio fatto di carezze accompagnate dalla una dolce cantilena e Rousselet non lo montava se non quando sentiva che aveva conquistato la sua fiducia. 
Lo vidi insistere con queste pratiche su un "cheval de carriere" importato dall'Inghilterra che si chiamava "Price Albert" così estremamente impressionabile che si spaventava di tutto.
Il cavallo era terrorizzato dal movimento del saluto, pertanto, Rousselet cominciò a fare decine di saluti al cavallo, prima nel box, poi da terrra e infine montato (Lo desenzibilizzò, diremmo oggi, NdT ) Però, tutti questi prolungati esercizi, non impedirono a "Prince Albert" di fare un brusco scarto e cappottarsi per terra quando, il cavaliere, invece di portare la mano destra al cappello come faceva abitualmente, usò la mano sinistra. 
Quando Rousselet avvicinava un lallo infame, cercava di imporsi con la "terribil voce" e con la minaccia della cravache, ma raramente la usava... raramente passava alle mazzate.
Ma ci sono dei soggetti coi quali non ci può la dolcezza e nemmeno il rigore, coi quali potremmo essere più indulgenti se scoprissimo le cause di tali situazioni.
A proposito, posso citare un episodio avvenuto a Saumur con una cavalla chiamata "Sophi", dichiarata immontabile  che - come lui stesso diceva - "odiava" particolarmente Rousselet.
Fu abbattuta e l'autopsia della cavalla dimostrò che aveva delle costole rotte, dunque, la stretta delle cinghie della sella era per lei intollerabile.
Rousselet non montava a cavallo se non prima fosse entrato in sintonia con lui, e allora, l'abile cavaliere - aiutato dalla sua innata sensibilità - arrivava a presentire la volontà del cavallo e sapeva bloccare, prima che esplodessero, le difese che stavano per esplodere.
D'altronde, lui non le provocava mai, le sue azioni non erano mai accompagnate da forzature inopportune, aveva una leggerezza di mano veramente eccezionale e usava le gambe con azioni brevi, delicate e ripetute piuttosto che con pressioni prolungate.
Sembrava che tenesse sempre le redini fluttuanti, così come le staffe quasi mai caricate di peso, tutto ciò era uno scoglio insuperabile per i suoi molti imitatori.
Ricordo che quando ero allievo ufficiale, ho visto dei miei commilitoni sforzarsi di montare - senza riuscirci - a redini lasche e allungare gli staffili credendo di avvantaggiarsi così sui loro camerati.
Soltanto lui riusciva a montare in quella maniera i suoi cavalli da maneggio, tant'è che sembravano esser condotti senza mani e senza gambe, mentre gli stessi lalli: "Effendi" e "Arc-en-ciel", montati da altri cavalieri, sembrava che avessero bisogno di un forte sostegno di gambe.
Ho già detto che l'equitazione di Rousselet, non prevedeva né andature artificiali né prove di  velocità, di forza o di resistenza ma soltanto l'utilizzo di tutti i lalli , quale che fosse la loro indole, nel semplice impiego delle loro andature naturali.
Molto delicato, non aveva nulla di eccessivamente rigoroso, la sua monta era essenzialmente conservatrice del cavallo e trovava i migliori risultati con i cavalli molto nervosi, di carattere ombroso, focoso o irritabile.
Il lavoro dei suoi cavalli da maneggio era semplice e poco inquadrato, ciò nonostante, il "testa coda" (la mezza piroetta al galoppo. NdT) era una delle sue specialità e lo otteneva senza troppe costrizioni di aiuti e, per conseguenza, le eventuali difese del cavallo erano ridotte al minimo.
Ecco il suo procedimento: prendeva il galoppo rovescio sul lato lungo del maneggio ad un paio di metri di distanza dalla cavallerizza; arrivato all'angolo girava il cavallo verso il "muro" che seguiva, per non andare a sbattere contro la staccionata e seguendo soltanto il proprio istinto, il lallo prendeva  il giusto assetto per girare correttamente su se stesso. 
(Ho visto Polito Ulloa, un grande addestratore di cavalli da polo argentino, usare questa tecnica... dubito che abbia mai letto L'Hotte. 
Ecco una mia evoluzione del metodo Rousselet: indubitabilmente gli aiuti, per fare la mezza piroetta al galoppo, sono ridotti al minimo e si ha il vantaggio che il lallo, girando, si trova automaticamente sul piede di galoppo giusto, dunque, il cambiamento di piede - al galoppo rovescio - è necessario solo se si intende ripetere l'esercizio nell'angolo opposto ed è bene farlo, poi si possono ripetere gli stessi movimenti sul lato corto, e infine, tentare la piroetta completa. NdT)

Cosa impariamo da tutto questo?
Che ogni volta che il cavallo è messo nelle condizioni ambientali che gli "dicono" cosa fare, il solo istinto lo guida a quando fare, a come fare e a quante forze impegnare per fare, meglio degli aiuti del suo cavaliere.

Questo accade sopratutto quando l'animale percorre terreni difficili e accidentati o deve attraversare o superare degli ostacoli.
Spesso la mano del cavaliere, invece di aiutare il cavallo, lo ostacola impedendogli di utilizzare al meglio i mezzi di cui la natura l'ha fornito!
Il vero nemico del cavallo è una mano incapace e invadente.
Rousselet raccomandava di lasciare in libertà i cavalli da maneggio, in maniera tale che potessero ritrovare la loro potenza, il loro slancio, la loro l'elasticità e la loro l'estensione dei movimenti soffocati dal prolungato lavoro in riunione fatto al chiuso del maneggio.
Gli piaceva giocare coi lalli, ad esempio, gli insegnava a battere la porta del box per chiedere di uscire... (!)
A volte, sostituiva la briglia con un semplice cordoncino, per dar prova della perfetta sottomissione del lallo e della delicatezza della sua mano.
Aveva inventato un morso, nel quale rimpiazzava il normale barbozzale con una museruola collocata come quella che ho già descritto parlando del morso che usava d'Aure con "Neron"  con queste differenze... già, ma chi era Neron? Come era fatta la sua imboccatura? 
Nerone era un lallo del capitano Brifaut, che voleva stare per forza in testa alla ripresa, pertanto, in altra posizione tirava come un pazzo, con la conseguenza che si feriva la barbozza.
Per sistemarlo, fu affidato a d'Aure il quale - per non insistere solo sulla barbozza - si inventò una specie di combinazione filetto Hackmore, ecco sotto la versione moderna.



vediamo qual'era la differenza tra la combinazione d'Aure e quella Rousselet era che la prima agiva sulla barbozza e sul muso del lallo, la seconda soltanto sul muso, favorendo così le ramener.
Rousselet era di un'abilità straordinaria ma tutta basata sul suo talento e sulla sua sensibilità, parlava poco quando dava lezioni, infatti, la sua equitazione era troppo personale per esser trasmessa a parole nella stessa maniera di d'Aure e Baucher.
Ma sapeva, spiegarsi cogli esempi, come quella volta che la sua divisione era al lavoro senza staffe nel maneggio coi cavalli frenati solo con il filetto, un cavallo sauro di nome "Destrier"  era senza controllo, faceva "vedere i sorci verdi" a Bonvoust, uno dei suoi allievi, Rousselet lo fece smontare, salì a cavallo fece aprire il portone che dava nelle scuderie e mise "Destrier" al gran galoppo dal fondo del maneggio e lo fece fermare di botto all'altezza dell'uscita.
Un'altra volta, l'aiutante istrutore tenente Cravin, non riusciva ad ottenere i cambiamenti di piede da un lallo grigio chiamato "Akaliba" che aveva in addestramento, sicuramente l'aiutante istruttore non era abbastanza abile, infatti, Roussele - dopo qualche minuto di preparazione -  ottenne senza fatica dei cambiamenti di piede corretti.
Spesso si esprimeva per aforismi e sentenze, e mai lo si vide perdere la pazienza soleva dire: "Bisogna far amare l'obbedienza ak cavallo", "Il cavallo è come un violino, per prima cosa bisogna accordarlo, poi, saperlo suonare", "Non bisogna mai prendere le difficoltà di petto",  ed era quel che faceva. 
Una volta uno dei suoi allievi gli chiese quali fossero le cose più importanti per progredire in equitazione e lui rispose: "tre cose: la calma, la calma e la calma"; 
 infatti era la parola che pronunciava spesso durante le sue lezioni. (Aplomb è la parola nell'originale cioè: calma, flemma, imperturbabilità, sicurezza, per la traduzione ho usato "calma", mi è parsa più corrispondente al personaggio e più adatta ad esser ripetuta in maneggio. NdT.) 
Infatti, senza calma il cavaliere non può sentire il suo cavallo, tanto meno trovare la misura per agire correttamente e coordinatamente di mano e di gambe.
A Saumur, il nome di Rousselet era venerato e il grande cavallerizzo tornava spesso in maneggio anche dopo il suo pensionamento.
Era andato ad abitare a Pont-Fouchard alla periferia di Saumur quasi ai confini del villaggio  Bagneux dove aveva preso la sua residenza Chabanne.
Rousselet abitava già là quando era un effettivo nei quadri dei cavallerizzi di Saumur, e, a quel tempo, quando era di servizio, un palafreniere gli portava il suo cavallo personale fin sotto casa.
Era un fatto eccezionale, riservato al decano dei cavallerizzi della scuola, reso ancor più straordinario dal fatto che i suoi rapporti personali col comandante de Novital fossero a dir poco tesi. Una volta in pensione, abbandonò completamente l'equitazione e si dedicò al giardinaggio, diceva: "bisogna avere una passione alla volta". 
Mor+ nel 1858 a 75 anni, non ha lasciato niente di pubblicato, diceva: "l'equitazione si può scrivere in qualche pagina oppure in un malloppone di volumi". Com'è vero! Le grandi linee, quelle formano l'ossatura dell'Arte e dettano i principi e gli scopi, possono esser racchiuse in poche pagine, ma se si va nei dettagli, nelle combinazioni, nei metodi, alle cause, agli effetti, agli effetti degli effetti allora non ci sono limiti.
Rousselet non ha pubblicato niente, è vero, ma ha lasciato dei manoscritti che io ho avuto il modo di leggere con grandissimo interesse, sono di enorme valore come testimonianza di una saggia e grande esperienza, ma, come ho già detto, il lato pratico personale del personaggio è di gran lunga preponderante.
In buona sostanza, ecco cosa contengono quei manoscritti, se qualche volta entrerò nei dettagli, sarà per far meglio conoscere la figura di Rousselet e i suoi insegnamenti che vanno inseriti nel  remoto contesto della tradizione.
Il Generale si dilunga minuziosamente sui contenuti dei manoscritti di Rousselet, non ve li traduco tutti e passo direttamente al suo Dressage des jeunes chevaux che si attacca diretta mente alla parte finale de "Un Ufficiale di Cavalleria" molto più interessante..
L'addestramento dei giovani cavalli.
Rousselet dice che le seguenti osservazioni sono il frutto di 40anni di pratica:

  • ogni cavallo è unico per conformazione, per temperamento, per sensibilità, per ddisposizione al lavoro e facilità di apprendimento.
  • Per prima cosa bisogna conquistarsi la sua fiducia.
  • I corsi di equitazione militari, sono appesantiti da troppi strumenti di sottomissione e correzione
  • E' più facile usare la forza che il cervello.
  • Non è con la costrizione che si controlla meglio il cavallo, ma con azioni opportune, delicate che lo portano all'obbedienza senza provocare difese.
  • Agire con prudenza, senza paura e senza durezza.
  • Per i lalli più ribelli, bisogna che la minaccia della frusta o del frustone preceda sempre il suo utilizzo, lo scopo è che il cavallo debba rispondere alla semplice minaccia.
  • Allenare i puledri con esercizi proporzionati alle loro forze,e, allo stesso tempo, istruirli sfruttando il loro istinto.
  • Evitare punizioni troppo dure, per non rovinare la loro naturale docilità.
  • Farli passare gradatamente dal loro stato di libertà e indipendenza al completo assoggettamento alla volontà del cavaliere.
  • Mai chiedere sforzi al di sopra delle loro possibilità.
  • E' fuori dubbio che il cavaliere deve esser paziente e agire con progressione e delicatezza per portare il puledro all'obbedienza quasi a "sua Scajola" (a sua insaputa. NdT), ma la doma se si limitasse solo a questo sarebbe precaria.
  • Quando l'addestramento è ad uno stadio più avanzato, ricompensare sempre il minimo accenno di obbedienza, il lallo - appena capirà - darà risposte "esagerate". 
  •  

« Si parfois on a quelque concession à faire pour atteindre plus facilement le but qu'on se propose, il faut qu'elle soit bien motivée, de courte durée, et nos efforts doivent tendre à ce que le cheval ne puisse nous deviner.
« Exercice, instruction et travail constituent trois objets distincts, trop souvent confondus.
« Ne pas toujours exiger, ni avoir les mêmes exigences avec tous les chevaux.
« Les actions du cavalier, bien qu'agissant sur le physique du cheval, réagissent sur son moral, et le cavalier n'a pas à être sur là défensive si, par suite de ses exigences, il ne met pas le cheval dans l'attitude offensive. Là est un principe immuable d'éducation. »
Les autres articles écrits par Rousselet n'ont aucune corrélation entre eux. Ils sont portés sur des feuilles volantes, sur des lettres de faire‑part, et l'on voit qu'ils ont été écrits au fur et à mesure que les sujets, qui y sont envisagés, se présentaient à l'esprit de l'auteur.
En voici le résumé. Bien entendu, et comme ce qui précède concernant ses manuscrits, ce résumé ne contiendra rien qui ne soit de Rousselet lui‑même.
« Faire sortir le cheval de la piste pour donner l'occasion de l'y ramener, pour apprendre au cavalier à redresser soit les épaules, soit les hanches, lorsqu'elles se jettent en dedans ou en dehors, et arriver ainsi à diriger et à maintenir le cheval dans une direction donnée.
« Les anciens écuyers accordaient une utilité majeure au travail circulaire. Les instructeurs, qui en ont abusé, l'ont condamné comme faussant la position du cavalier.
« De tout temps, on a envisagé l'éperon comme étant un moyen de châtiment plutôt qu'une aide. Toutefois, lorsque l'éperon vient, avec à‑propos, seconder la pression des jambes, il se présente alors comme une aide très énergique. Dans tous les cas, il faut éviter d'agir des jambes en talonnant.
« Il en est d'ailleurs des éperons comme du mors, dont l'action douloureuse arrive après l'avertissement donné par les rênes.
« Autre chose est de faire des chevaux exclusivement destinés au manège, ou à tout service. Ceux‑ci doivent être familiarisés avec l'obéissance dans l'intérieur, mais c'est à l'extérieur qu'on donne l'essor à leurs forces physiques et à leur moral.
« En reliant le travail du dedans à celui du dehors, l'homme qui a un véritable talent saura tirer parti de tous les chevaux, en leur assignant un travail répondant à leurs aptitudes.
« Les cavaliers doivent chercher à connaître le cheval dans sa nature, ses habitudes. Comment comprendre qu'un animal, doué par le Créateur de si riches facultés, soit souvent considéré ainsi qu'il en est de l'espèce bovine ?
«Simplifier nos actions pour qu'elles puissent être facilement comprises du cheval.
« Ne jamais nuire à ses dispositions naturelles, qu'il faut seconder, sans toutefois le laisser trop, aller au‑devant de ses désirs. Nos actions, de bienveillantes qu'elles étaient dans le principe, pourraient alors, suivant l'urgence, devenir exigeantes et impérieuses.
« Les êtres organisés ne fonctionnent pas avec la régularité d'une machine, dont tous les rouages sont soumis à l'action d'un même moteur.
« Les méthodes scientifiques, qui concluent d'une manière absolue, ne sont pas applicables au cheval soumis à tant d'influences diverses, dont les causes échappent pour la plupart à nos sens et aux calculs exacts.
« Ce n'est pas d'ailleurs à première vue qu'on peut préjuger d'un cheval, mais seulement après avoir vu fonctionner tous ses rouages aux diverses allures.
« La marche de côté ou l'action de chevaucher, « tenir les hanches », en terme de manège, entretient la souplesse du cheval et le gracieux dans toutes ses actions. Mais il faut craindre l'abus, demander l'utile et s'arrêter à temps, si l'on ne veut pas provoquer les résistances.
« Les bons praticiens ne se permettent jamais de dire que les hommes de talent qui les ont précédés ne leur ont pas été de quelque utilité.
« L'équitation, comme les autres arts, a eu son enfance, sa splendeur. Mais, seuls, des hommes supérieurs, et en petit nombre, ont pu atteindre son apogée.
« On entend par « cavalier » tout homme qui fait un usage habituel du cheval, a de l'assurance sur lui, et, sans prétention aucune, sait le diriger instinctivement.
« Malgré les nombreuses brochures disant le contraire, l'usage du cheval, ainsi que l'art de le dresser, était mieux compris, plus répandu et plus en honneur anciennement qu'aujourd'hui.
« Autrefois, pour les usages journaliers, on faisait bien de l'équitation instinctive, mais qui était conservatrice par tradition.
« Pour devenir expert dans l'art de dresser, pour arriver à monter avec supériorité en tête d'une compagnie, on ne reculait pas devant des années d'étude et de travail.
« Il faut de la peine et du temps pour acquérir, bien savoir et conserver. L'oubli des choses vient souvent de ce qu'on a eu trop de facilité à les apprendre.
« La bonne position et la solidité à. cheval peuvent être le résultat d'une conformation favorable. Ces avantages, nécessaires à la pratique de l'équitation, seraient, en quelque sorte, sans valeur pour les progrès de l'art, si le cavalier n'y joignait d'autres qualités. La position et la solidité peuvent d'ailleurs rester stationnaires, décliner même, et l'art progresser.
«Ne poussez pas trop loin l'étude scientifique ; l'excès en tout est un défaut.
« Bien plutôt, réfléchissez, étudiez les lois de la nature, le plus souvent juste dans son oeuvre, savante par elle‑même, et, en la consultant, vous arriverez plus sûrement au but.
« La persistance, il est vrai, est nécessaire au progrès, mais il faut cependant savoir limiter ses exigences, car, en les poussant trop loin, on porte les chevaux à se défendre.
« Ce qu'il faut, c'est qu'à la sagacité et à la douceur se joigne une énergie patiente.
« L'équitation n'a pas toujours été traitée d'une manière juste et lucide par tous les écuyers.
« Elle exige la réunion de nombreuses connaissances, ainsi qu'un jugement sain et subtil.
« Dans les temps anciens, elle a joui d'une grande splendeur, due souvent à la haute position et au nom des hommes qui s'en occupaient, autant qu'à leur savoir.
« Le monde est plein de gens empressés de recueillir, mais peu disposés au travail qui, seul, peut faire produire et justement parvenir, car, pour toute carrière, le travail est le père du succès. Bien aveugles ceux qui pensent le contraire.
« L'intelligence des animaux est presque toujours en raison inverse de celle des hommes qui les emploient. La preuve s'en trouve chez les animaux des campagnes.
« En équitation pratique, les progrès sont lents, et encore faut‑il faire preuve d'une grande sagacité.
« Aucun artiste, d'ailleurs, n'a été remarquable dans son art s'il n'en avait pas la passion et le génie.
« L'équitation n'est pas une. Elle comprend : une équitation facile, destinée à ceux qui, sans maître, veulent apprendre à monter à cheval, une équitation militaire, une autre, de manège, et celle qu'on peut appeler a excentrique ».
« Selon que l'équitation s'applique au travail militaire ou aux exercices de manège, elle présente des différences, bien que reposant sur les mêmes principes.
« Ainsi, l'équitation militaire, s'adressant à des masses de cavalerie, doit être plus simple. Quant à là haute école, elle n'est accessible qu'aux hommes privilégiés.
« Mais, depuis que le monde existe, ‑ des milliers d'hommes se sont distingués dans l'exercice du cheval, sans autres notions que savoir se tenir sur lui. Ici, il en est comme du tireur qui tire sans avoir appris à tirer, du nageur qui n'a pas reçu de principes de natation, et de quantité d'artistes formés par eux‑mêmes.
« En envisageant J'équitation dans sa plus simple expression, voici comment on peut apprendre, seul à, se tenir sur un cheval, à l'employer pour l'usage, habituel, la promenade, et au profit de la santé.
Ici, Rousselet se mettant personnellement en scène, je lui laisse la parole, mais, comme dans, tout ce qui précède, je résume ce qui est sorti de sa plume.
« À Sallagousse (Pyrénées‑Orientales), où je suis né et où mon père était maréchal des logis de la maréchaussée, l'un de nos voisins avait un petit âne qui fut ma première monture. J'étais tout jeune, enfant alors et la domestique oit une bonne tante me surveillaient alternativement.
« Après quelques mois d'exercices, je conduisais passablement ma monture au pas et au tricot, nom, que je donnais à l'allure du traquenard.
« À l'âge de cinq ans, j'allais à l'école, mais, les jeudis, dimanches et jours de fête, je m'en donnais, de toutes les façons, en prenant sur ma monture diverses positions, soit dans le sens de la direction, soit à l'opposé, ou de côté ; je finis ainsi par donner à l'âne l'allure du galop.
« Un dimanche, dans une prairie entourée d'un fossé, je trouvai un cheval qui broutait. Je demandai au garçon, qui le tenait par une corde, de me le laisser monter pour mes deux sous du dimanche, et il m'aida à l'enfourcher. J'oubliai alors le petit âne. Le temps que je restai sur ce cheval, qui ne faisait guère qu'un pas par minute, me fit oublier l'heure du dîner et on me gronda fort.
« Tous les dimanches, j'allais trouver mon Pierrou (petit Pierre). Lorsque le roussin était dans un fossé, je l'enfourchais assez facilement, mais, dans la prairie, il fallait que j'attendisse qu'il baissât la tête, puis je me mettais à cheval à l'extrémité de l'encolure, et l'animal, en l'élevant, me donnait la facilité d'arriver sur son dos, où je restais des heures entières.
« Ma famille quitta le village de Sallagousse pour aller habiter une petite ville au centre du Roussillon, et c'est sur un mulet que je fis le trajet, qui était de 20 à 22 lieues. Je ne trouvais plus alors que rarement l'occasion d'enfourcher un cheval, mais lorsqu'elle se présentait, je m'empressais d'en profiter.
« Dans ma quinzième année, j'allai à Avignon m'enrôler comme volontaire au 22e Chasseurs.
« Guidé par mon amour‑propre, plus que par mes connaissances, je cherchais pourquoi tel cheval refusait d'obéir sous tel chasseur, mon camarade, plus ancien cavalier que moi. Après m'être rendu compte de la cause de sa résistance, j'enfourchais le cheval qui ne tardait pas à se soumettre à ma volonté. »
Là se termine ce que dit Rousselet sur les moyens dont il a fait usage pour apprendre, seul, à monter à cheval.
Pour terminer la revue des manuscrits de Rousselet, je n'ai plus qu'à parler de ce qu'ils contiennent sur Baucher et sa doctrine.
Avant d'entreprendre cette tâche, je dirai comment Rousselet fut mis en rapport avec Baucher, avant que le grand novateur ne fût appelé à enseigner sa méthode à Saumur.
Le Général Oudinot, de même que tous les hommes de cheval qui en avaient été témoins, avait admiré au cirque les merveilleux résultats qu'obtenait Baucher avec ses chevaux, tels que PartisanCapitaineNeptuneBuridan.
Bien qu'étant un cavalier d'une réelle valeur, et jouissant d'une grande notoriété dans la cavalerie, le général ne voulut pas s'en rapporter à ses seules lumières, pour porter un jugement sur la nouvelle doctrine, professée par Baucher et qui commençait à révolutionner le monde équestre.
Désirant s'éclairer de l'avis d'un écuyer à réputation bien établie et imbu des principes de l'ancienne école française, le général Oudinot pensa à Rousselet, qu'il avait connu et hautement apprécié au cours de son commandement de l'école de cavalerie, qui s'exerça de 1825 à 1830.
Rousselet fut alors mandé à Paris, et, par l'intermédiaire du général, mis en rapport avec Baucher.
Avant d'aller plus loin, je veux parler d'un incident qui vient à l'appui de ce que j'ai dit, au cours de mon récit, sur le cheval préparé en vue de l'équitation savante et qui devient, pour ainsi dire, personnel à l'écuyer qui l'a dressé et le monte journellement.
Un matin, et dans le manège où il professait, Baucher offrit à Rousselet de monter l'un de ses chevaux ; c'était Capitaine.
Malgré son talent indiscutable, universellement reconnu, Rousselet ne put tirer parti du cheval. Capitaine, tout dérouté par des actions avec lesquelles il n'était pas familiarisé, finit par se mettre à pointer, et Rousselet, mettant pied à terre, dit, dans sa modestie : « Le cheval est trop fin pour moi. »
Non, Capitaine n'était pas trop fin pour lui. Mais un cheval dressé avec cette perfection pour un travail compliqué devait nécessairement perdre l'obéissance, du moment où les actions auxquelles il était soumis pouvaient différer, tant soit peu, des combinaisons d'aides qui lui étaient journellement appliquées.
Le résultat, d'ailleurs, ne pouvait être douteux, si l'on met en présence le cheval Baucherisé, tel qu'il se présentait à cette époque, enserré dans l'embrassement des aides comme je l'ai dépeint, et les chevaux de Rousselet, laissés si libres dans leur essor.
Les moyens de conduite habituels à Rousselet ne pouvaient évidemment convenir aux chevaux dressés par Baucher, la manière propre à chacun de ces deux maîtres se trouvant, pour ainsi dire, aux antipodes. La différence eût‑elle été beaucoup moins accusée, que le résultat eût encore été à peu près le même.
J'ai monté, il est vrai, sans échec, les chevaux de Baucher, mais m'y avait amené pas à pas.
Pendant les premières heures de la matinée, le cirque était réservé exclusivement à Baucher, et c'est alors que je montais ses propres chevaux ou bien ceux dont il entreprenait le dressage, le plus souvent le « redressage ». Je m'efforçais, sous son oeil vigilant, d'appliquer avec une fidélité absolue ses moyens d'action, et en voici un témoignage :
J'avais monté, sous la direction du maître, un cheval, présentant de sérieuses résistances et servant de monture habituelle à une écuyère qui, frappée de sa meilleure obéissance, dit à Baucher, en le remerciant. « C'est vous, M. Baucher, qui avez monté mon cheval ? » ‑ « Oui et non », répondit le maître.
Il a été écrit qu'à son retour de Paris, Rousselet s'était exprimé avec éloge sur la nouvelle méthode.
Il est possible que la parole si persuasive de Baucher, la logique et la précision de ses raisonnements aient gagné momentanément à sa cause le vieil écuyer. Mais il est certain que ce succès, s'il a existé, n'a pas eu de durée. Les notes manuscrites de Rousselet en font foi.
Loin d'être élogieuses, elles sont émaillées de critiques sur le novateur, sa méthode et ses adeptes. À tout instant, ces critiques surgissent, prenant souvent un tour ironique.
On dirait que Baucher est venu à propos pour éveiller la verve de Rousselet, et l'on sent que l'arrivée du grand novateur à l'École de cavalerie a été un coup de fouet violent donné à l'équitation de Saumur.
La demande anticipée de retraite que fit Rousselet fut la conséquence de la désapprobation qu'il portait sur la méthode Baucher et du désaccord qui en résulta entre l'écuyer de première classe et son écuyer en chef. Je l'ai dit déjà lorsque j'en étais à mon temps d'officier‑élève.
Le résumé des critiques, qui se présentent éparses dans les notes de Rousselet, se trouve dans la lettre portant sa demande de retraite.
On y rencontre aussi des remarques assez sévères sur le désaccord existant entre les principes propres à la nouvelle méthode et ceux adoptés par le cours officiel, le Cours d'équitation militaire qui ont la complète approbation de Rousselet.
Cette demande de retraite ne fut pas acceptée, en considération sans doute du mérite du vieil écuyer, des longs services qu'il avait rendus à l'École de cavalerie.
Il ne fut retraité qu'en 1849, lorsque l'âge l'eut atteint. Depuis 1847, d'Aure commandait le manège de Saumur, et il y avait entre les deux écuyers conformité d'opinion sur la désapprobation de la méthode de Baucher.
Une lettre de d'Aure adressée à Rousselet, à la date du 29 septembre 1843, et qui se trouve dans ses papiers, suffirait à elle seule à en témoigner.
Parmi les critiques faites par Rousselet, plusieurs sont certainement fondées, particulièrement celles concernant les exagérations, qui étaient alors surtout imputables aux nouveaux adeptes de la méthode Baucher. Ainsi en était‑il des rigueurs apportées dans les flexions de mâchoire et d'encolure, dans les attaques.
Mais, d'une manière générale, ces critiques ne se relient pas assez entre elles pour former un ensemble, d'où l'on pourrait faire ressortir un corps de doctrine, permettant de mettre l'équitation Rousselet en présence de l'équitation Baucher.
Il en est tout autrement des polémiques qui ont surgi entre d'Aure et Baucher. Là se voient, mises en présence, deux doctrines bien distinctes, fortement exposées, et, selon que l'on envisage l'équitation de campagne ou l'équitation savante, il y a lieu de donner la préférence à l'une ou à l'autre.
Je me suis étendu trop longuement sur les équitations Baucher, d'Aure et Rousselet, pour que les différences qui les distinguent ne ressortent pas avec évidence de ce que j'en ai dit. Je n'ai donc pas à revenir sur ce que chacune d'elles présente de caractéristique, et je termine le rapprochement que l'on peut faire entre les trois célèbres écuyers, en disant :
Rousselet se présente surtout comme continuateur des traditions du passé, tandis que d'Aure, et Baucher plus encore, apparaissent comme chefs d'école.
Rousselet joignait à une grande habileté de praticien et à une expérience éclairée, un genre de talent d'exécution bien personnel, tout en se rattachant intimement à celui des anciens écuyers, et qui lui a attiré, à juste titre, l'admiration de ses contemporains.
Mais, en équitation, pour devenir chef d'école, les aptitudes spéciales, l'expérience, le talent d'exécution ne suffisent pas. Il faut, en outre, un génie créateur, une haute portée d'esprit et un ensemble de qualités pouvant, il est vrai, différer suivant la nature propre à chaque maître, mais qui doivent, dans tous les cas, être éminentes dans l'ordre qui leur est particulier.
Baucher et d'Aure, de natures si différentes, comme on a pu en juger par ce que j'ai dit de ces deux illustres maîtres, remplissaient, tous deux, et à un degré supérieur, les conditions qui les destinaient à devenir chacun chef d'une école.
À mon étude sur d'Aure j'ai joint des détails concernant le manège du Roi et celui de Saumur.
Dans mon étude sur Rousselet, apparaissent, pour les citer dans leur ordre chronologique, les manèges de l'École des chevau‑légers de la Garde, de l'École militaire de Paris, de Versailles, de Saint‑Germain, de Saumur.

J'ai ainsi mis en scène les grands centres équestres que les dix‑huitième et dix‑neuvième siècles présentent, ainsi que les écuyers qui y ont le plus brillé ; et les développements dans lesquels je suis entré sur mes deux maîtres ont mis en lumière les deux hommes qui, au cours du siècle qui s'achève, ont occupé la plus grande place dans l'histoire de l'équitation.

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