Il Comandante Rousselet: lo Scudiero Enigmatico... in italiano il titolo, tradotto alla lettera, fa cagare quasi quanto Esterno e Alta Scuola!
Meglio: L'Enigma del Comandante Rousselet... o forse - Il Comandante Rousselet e i Suoi Misteri, oppure - I Segreti del Comandante Rousselet... Mah!
Da poco è uscito questo libro, naturalmente l'ho ordinato.
Saranno circa 40'anni che conosco Rousselet, da quando a Saumur comprai un testo dove si accennava a questa figura praticamente sconosciuta in Italia ma che, alla luce della svolta che ha preso l'equitazione moderna, meriterebbe di assurgere al rango di icona equestre mondiale perché è stato:
- il padre nobile dei sussurratori (quello plebeo fu Sullivan),
- il vero "inventore" della leggerezza,
- il primo a cercare (e trovare) la relazione col cavallo come sistema,
- quello che aveva capito che l'equilibrio è la chiave di volta di tutte le equitazioni
Il Nostro si è sciroppato: la campagna d'Olanda, di Spagna, di Germania, di Polonia e di Francia appresso a Napoleone o chi per lui.
Partito come semplice cavalleggero, si è guadagnato le varie promozioni sul campo fino al grado di Comandante di Squadrone, da cui l'appellativo Comandante col quale è conosciuto.
Portava addosso i segni di varie ferite, due delle quali molto gravi, in particolare quella nella disperata campagna di Francia dove fu portato via dal campo di battaglia, in barella, assai malconcio.
Per particolari atti di coraggio si beccò due importanti onorificenze: la medaglia della Legion d'Onore e quella di Saint Louis.
Ai tempi non si poteva sganciare Little Boy su Hiroshima da 9000 metri comodamente seduti ai comandi dell'Enola Gay, tantomeno dirigere un micidiale drone da 10.000 km di distanza e centrare "chirurgicamente" il generale Soleimani e la sua scorta.
Allora ci si affrontava faccia a faccia in combattimento, si sentiva l'odore del sangue, della merda, della morte e ci si guardava negli occhi prima di uccidere o essere uccisi.
Chissà quanta gente ha "scannato" il Comandante, quanti morti e feriti, quante amputazioni, quante agonie di uomini e bestie fatti a pezzi ha visto attorno a se in 16 anni di guerre in ogni parte d'Europa.
Eppure, malgrado tutto ciò o forse proprio per tutto ciò, la sua nuova carriera come istruttore a Saumur è caratterizzata da gentilezza, signorilità ed eleganza nei rapporti coi commilitoni e di tatto, delicatezza e dolcezza nell'addestramento dei cavalli.
Vidal ha fatto una approfondita ricerca, ha aggiunto ben poco a quanto già sapevo sulla figura di cavallerizzo del Comandante, mentre, con le sue ricerche riesce a tracciare il percorso terrestre militare, familiare e umano del Nostro con apprezzabile precisione, tutte cose a me sconosciute.
Di sicuro Rousselet ebbe una vita a dir poco travagliata, forse, la disgrazia più grande, il dolore più lancinante fu quando suo figlio, che si trovava alla Scuola Ufficiali di Saint Cyr, senza preavviso e senza avvertire nessuno dei parenti una volta presa la decisione, parte come volontario col grado di soldato semplice nel Reggimento Cacciatori d'Africa.
Non si seppero mai le ragioni di quel colpo di testa, forse fu per la discriminazione di alcuni superiori, o forse per atti di bullismo, o forse ancora per una delusione d'amore... chissà.
Fatto sta che, appena giunto ad Algeri il 25 Gennaio 1838, fu ricoverato in ospedale con una febbre altissima... morì dopo 2 giorni.
Il comandante, per sopravvivere si buttò anima e corpo nel lavoro, non fu così per sua moglie Pierina, la poereta si lascio andare e a Settembre di quello stesso anno si spense cercando di dare il meno fastidio possibile ai suoi cari.
Rousselet era abituato alla morte e alle disgrazie, aveva visto cadere al suo fianco tanti suoi commilitoni, ne aveva soccorso altri feriti e mutilati lui restando - in quelle occasioni - indenne... perché? Non aveva la risposta, come non aveva risposte sul perché gli era toccato la più misera delle sorti: sopravvivere al proprio figlio.
Gli erano rimaste le sue figlia Paolina, Carlotta e l'amore per i cavalli, si dedicò alle une e agli altri anima e corpo.
Ma torniamo alla figura del cavallerizzo.
... Rousselet era un abilissimo autodidatta, aveva una particolare sensibilità di mano per cui, pur lasciando una piena (apparente NDT) libertà al cavallo, questo restava perfettamente agli ordini.
Il suo assetto era criticabile, ma bisogna scusarlo perché ciò era dovuto alle molte ferite di guerra.
Come abbiamo già visto non ha lasciato un suo metodo e nell'insegnamento si limitava sopratutto a dare l'esempio... già, la sua equitazione era basata sulla sensibilità e la saggezza concetti difficili da tradurre in formule.
Considerava il lallo una creatura delicata e sensibile e alternava il maneggio alla campagna, addirittura, voleva che i cavalli di scuola fossero almeno lasciati sistematicamente liberi nei recinti affinché potessero dar sfogo alla loro vitalità compressa dalle arie riunite di scuola, ma lasciamo la parola al Generale il quale ha ben conosciuto Rousselet e così ne parla nel suo Un Officier de Cavalerie:
... quando tornai a Saumur, col grado di Generale, feci mettere nel maneggio degli istruttori, una lastra di marmo su cui erano incisi i nomi dei più grandi cavallerizzi francesi, Rousselet era tra questi.
Il comandante Rousselet, dopo i miei due maestri Baucher e d'Aure, è il cavallerizzo più rinomato e importante che abbia mai conosciuto.
Non sono mai stato suo allievo diretto, ma, ogni volta che ne ebbi l'occasione ho seguito le sue lezioni e le sue riprese di addestramento.
Quando tornai a Saumu,come tenente istruttore, il Comandante era in pensione da circa un anno, ma lo vidi ancora una volta a cavallo: il generale de Goyon, che era stato suo allievo una quarantina d'anni prima, lo pregò di fare una ripresa alla testa dei cavallerizzi.
Naturalmente non potevo mancare a quella solennità.
Vedo ancora il viso sorridente dell'egregio comandante Rousselet , sotto i bei capelli argentati, la lunga rendigote nera, i pantaloni bianchi e gli stivali flosci.
Montava Arc-en-ciel, il suo ultimo cavallo personale.
Sembrava che giocasse, la libertà che concedeva al cavallo era la stessa che avevo visto anni prima... tant'è che più di una volta, durante il lavoro al galoppo, ho avuto la sensazione che il cavallo scappasse al suo cavaliere e facesse dei cambi di piede inopportuni, ma il Maestro lo riprendeva a tempo e lo manteneva in una posizione del tutto corretta.
Per chi come me, ha vissuto la sua infanzia e la prima adolescenza in campagna negli anni 50 del s.s. era normale l'approccio con l'equitazione che ebbe il Comandante, infatti, la mia primissima cavalcatura fu un mulo, la seconda la cavallina da calesse di mio nonno, le cadute non si contavano così come i lividi e le scorticature, ma questo ha pochissima importanza... torniamo a generale L'Hotte e a Rousselet:
... ero nato a Sallagousse nei Pinerei figlio di sottofficiale dell'esercito, uno dei nostri vicini aveva un asinello che fu la mia prima cavalcatura: «ero così piccolo che o la baby-sitter o la domestica mi sorvegliavano alternativamente quando giocavo con il somarello, dopo qualche mese, riuscivo a condurlo al passo o al «tricot» così chiamavo allora i trottignare.
Partito come semplice cavalleggero, si è guadagnato le varie promozioni sul campo fino al grado di Comandante di Squadrone, da cui l'appellativo Comandante col quale è conosciuto.
Portava addosso i segni di varie ferite, due delle quali molto gravi, in particolare quella nella disperata campagna di Francia dove fu portato via dal campo di battaglia, in barella, assai malconcio.
Per particolari atti di coraggio si beccò due importanti onorificenze: la medaglia della Legion d'Onore e quella di Saint Louis.
Ai tempi non si poteva sganciare Little Boy su Hiroshima da 9000 metri comodamente seduti ai comandi dell'Enola Gay, tantomeno dirigere un micidiale drone da 10.000 km di distanza e centrare "chirurgicamente" il generale Soleimani e la sua scorta.
Allora ci si affrontava faccia a faccia in combattimento, si sentiva l'odore del sangue, della merda, della morte e ci si guardava negli occhi prima di uccidere o essere uccisi.
Chissà quanta gente ha "scannato" il Comandante, quanti morti e feriti, quante amputazioni, quante agonie di uomini e bestie fatti a pezzi ha visto attorno a se in 16 anni di guerre in ogni parte d'Europa.
Eppure, malgrado tutto ciò o forse proprio per tutto ciò, la sua nuova carriera come istruttore a Saumur è caratterizzata da gentilezza, signorilità ed eleganza nei rapporti coi commilitoni e di tatto, delicatezza e dolcezza nell'addestramento dei cavalli.
Vidal ha fatto una approfondita ricerca, ha aggiunto ben poco a quanto già sapevo sulla figura di cavallerizzo del Comandante, mentre, con le sue ricerche riesce a tracciare il percorso terrestre militare, familiare e umano del Nostro con apprezzabile precisione, tutte cose a me sconosciute.
Di sicuro Rousselet ebbe una vita a dir poco travagliata, forse, la disgrazia più grande, il dolore più lancinante fu quando suo figlio, che si trovava alla Scuola Ufficiali di Saint Cyr, senza preavviso e senza avvertire nessuno dei parenti una volta presa la decisione, parte come volontario col grado di soldato semplice nel Reggimento Cacciatori d'Africa.
Non si seppero mai le ragioni di quel colpo di testa, forse fu per la discriminazione di alcuni superiori, o forse per atti di bullismo, o forse ancora per una delusione d'amore... chissà.
Fatto sta che, appena giunto ad Algeri il 25 Gennaio 1838, fu ricoverato in ospedale con una febbre altissima... morì dopo 2 giorni.
Il comandante, per sopravvivere si buttò anima e corpo nel lavoro, non fu così per sua moglie Pierina, la poereta si lascio andare e a Settembre di quello stesso anno si spense cercando di dare il meno fastidio possibile ai suoi cari.
Rousselet era abituato alla morte e alle disgrazie, aveva visto cadere al suo fianco tanti suoi commilitoni, ne aveva soccorso altri feriti e mutilati lui restando - in quelle occasioni - indenne... perché? Non aveva la risposta, come non aveva risposte sul perché gli era toccato la più misera delle sorti: sopravvivere al proprio figlio.
Gli erano rimaste le sue figlia Paolina, Carlotta e l'amore per i cavalli, si dedicò alle une e agli altri anima e corpo.
Ma torniamo alla figura del cavallerizzo.
... Rousselet era un abilissimo autodidatta, aveva una particolare sensibilità di mano per cui, pur lasciando una piena (apparente NDT) libertà al cavallo, questo restava perfettamente agli ordini.
Il suo assetto era criticabile, ma bisogna scusarlo perché ciò era dovuto alle molte ferite di guerra.
Come abbiamo già visto non ha lasciato un suo metodo e nell'insegnamento si limitava sopratutto a dare l'esempio... già, la sua equitazione era basata sulla sensibilità e la saggezza concetti difficili da tradurre in formule.
Considerava il lallo una creatura delicata e sensibile e alternava il maneggio alla campagna, addirittura, voleva che i cavalli di scuola fossero almeno lasciati sistematicamente liberi nei recinti affinché potessero dar sfogo alla loro vitalità compressa dalle arie riunite di scuola, ma lasciamo la parola al Generale il quale ha ben conosciuto Rousselet e così ne parla nel suo Un Officier de Cavalerie:
... quando tornai a Saumur, col grado di Generale, feci mettere nel maneggio degli istruttori, una lastra di marmo su cui erano incisi i nomi dei più grandi cavallerizzi francesi, Rousselet era tra questi.
Il comandante Rousselet, dopo i miei due maestri Baucher e d'Aure, è il cavallerizzo più rinomato e importante che abbia mai conosciuto.
Non sono mai stato suo allievo diretto, ma, ogni volta che ne ebbi l'occasione ho seguito le sue lezioni e le sue riprese di addestramento.
Quando tornai a Saumu,come tenente istruttore, il Comandante era in pensione da circa un anno, ma lo vidi ancora una volta a cavallo: il generale de Goyon, che era stato suo allievo una quarantina d'anni prima, lo pregò di fare una ripresa alla testa dei cavallerizzi.
Naturalmente non potevo mancare a quella solennità.
Vedo ancora il viso sorridente dell'egregio comandante Rousselet , sotto i bei capelli argentati, la lunga rendigote nera, i pantaloni bianchi e gli stivali flosci.
Montava Arc-en-ciel, il suo ultimo cavallo personale.
Sembrava che giocasse, la libertà che concedeva al cavallo era la stessa che avevo visto anni prima... tant'è che più di una volta, durante il lavoro al galoppo, ho avuto la sensazione che il cavallo scappasse al suo cavaliere e facesse dei cambi di piede inopportuni, ma il Maestro lo riprendeva a tempo e lo manteneva in una posizione del tutto corretta.
Per chi come me, ha vissuto la sua infanzia e la prima adolescenza in campagna negli anni 50 del s.s. era normale l'approccio con l'equitazione che ebbe il Comandante, infatti, la mia primissima cavalcatura fu un mulo, la seconda la cavallina da calesse di mio nonno, le cadute non si contavano così come i lividi e le scorticature, ma questo ha pochissima importanza... torniamo a generale L'Hotte e a Rousselet:
... ero nato a Sallagousse nei Pinerei figlio di sottofficiale dell'esercito, uno dei nostri vicini aveva un asinello che fu la mia prima cavalcatura: «ero così piccolo che o la baby-sitter o la domestica mi sorvegliavano alternativamente quando giocavo con il somarello, dopo qualche mese, riuscivo a condurlo al passo o al «tricot» così chiamavo allora i trottignare.
A cinque anni andai a scuola, ma, tutti i Giovedì e le Domeniche e i giorni festivi tornavo dalla mia cavalcatura e mi divertivo ad andare montando all'incontrario, di lato, all'impiedi e riuscii perfino a far galoppare quella simpatica bestiola.
Una Domenica, incontrai un ragazzo che faceva pascolare un cavallo, li chiesi se me lo faceva montare, questi mi aiutò a salite in groppa al cavallino... di colpo mi dimenticai dell'asinello, dovevo cavalcarlo per qualche minuto, invece ci rimasi per due ore e dimenticai che dovevo rientrare per la cena per cui mi presi un solenne cazziatone da mia madre.
Da allora, tutte le Domenica andavo a trovare Pierrou (Pierino), così si chiamava il cavallo; per salirci in groppa dovevo trovare un muretto o un fossato, poi gli insegnai ad abbassare la testa così mi mettevo con la pancia sul collo e il bravo ronzino mi tirava su e potevo inforcarlo facilmente, naturalmente, lo cavalcavo a pelo e ci restavo in groppa per delle ore.
Poi, la mia famiglia lascio Sallagousse e si trasferì in una piccola città nella regione di Roussillon, feci il tragitto di 20/22 leghe a cavallo di un mulo
Da allora, le occasioni di montare a cavallo si diradarono, ma, se se ne presentava una ne approfittavo spudoratamente.
A 15 anni andai ad Avignon per arruolarmi come volontario nel 22° Cacciatori.
Guidato più che altro dalla curiosità piuttosto che dalle mie conoscenze, cercavo di capire il perché quel cavallo si difendeva nelle mani di un commilitone più anziano ed esperto di me.
Quando mi rendevo conto delle cause di quelle resistenze, lo montavo e in breve tempo lo sottoponevo alla mia volontà».
Quì termina il racconto di Rousselet su come imparò, da autodidatta, a montare a cavallo.
Prima di accennare ai pochi scritti lasciati da Rousselet, val la pena di ricordare il suo incontro con Baucher prima che questi tentasse di introdurre il suo metodo a Saumur.
Il generale Oudinot, come tutti gli uomini di cavallo che avevano visto Baucher al circo, era rimasto impressionato dagli straordinari risultati ottenuti dal Maestro coi suoi cavalli: Partisan, Capitaine, Neptune, Buridan.
Benché fosse un cavaliere di grande valore, e godesse di grande considerazione nell'arma di cavalleria, Oudinot non volle basarsi solo sul suo metro di giudizio per valutare il metodo Baucher che, in quel periodo, stava rivoluzionando il mondo equestre.
Voleva confrontarsi col giudizio di un cavallerizzo di chiara fama formatosi secondo i principi della classica scuola francese di Versailles, Rousselet aveva queste caratteristiche, pertanto fu mandato a Parigi e messo in contatto con Baucher allo scopo di seguire il suo sistema.
Prima di procedere, voglio parlarvi di un episodio che viene a sostegno di quanto già dissi: «il cavallo da alta scuola diventa, per così dire, "cosa propria" del cavallerizzo che lo addestra e lo monta giornalmente».
Una mattina, Baucher propose a Rousselet di montare uno dei suoi cavalli; Capitaine. Malgrado il suo talento e la sua esperienza universalmente riconosciuta, Rousselet non riuscì a padroneggiare quel cavallo. Captaine, del tutto sconcertato dal modo di montare del Comandante gli si mise contro e Rousselet, facendo «piede a terra», disse: «... mi dispiace, ma questo cavallo è troppo fine per me».
Ma no ! Captaine non era troppo fine per lui. Era stato semplicemente addestrato ad un lavoro duro e complicato e - come tutti i cavalli « baucherizati » di quel periodo – era, compresso, costretto in una specie di «camicia di forza» degli aiuti, dunque, la povera bestia, trovatasi nella per lui ignota «libertà» di Rousselet, andò in confusione e pretendeva di tornare nella dura ma rassicurante e ben conosciuta "gabbia" nella quale Baucher lo aveva costretto.
In effetti, i metodi di questi due maestri erano agli antipodi anche se i risultati finali erano pressappoco gli stessi...a questo punto è necessario puntualizzare che i lalli non sanno distinguere il bene dal male, non hanno la possibilità di scegliere il metodo che più gli aggrada, fosse per loro passerebbero la vita a gironzolare per sconfinate pampe e ubertose praterie.
La loro attività principale sarebbe mangiare e cacare col lieto fine di trasformare la massa vegetale, sapientemente brucata e digerita, in nobili proteine animali a disposizione dei predatori.
L'addomesticamento li ha trasformati prima in preziosi strumenti di lavoro, di trasporto e di guerra, e poi in attrezzi sportivi e oggetti di trastullo per noi ragasse.
Dunque. la loro capacità di adattamento è enorme, non capiscono ma si adeguano, il duca di Newcastle (uno dei grandi cavallerizzi classici) diceva che il lallo deve temere il suo cavaliere... e giù "mazzate", così i lalli sani e di conformazione normale venivano addestrati in meno di tre mesi e comunque nella metà del tempo necessaria a qualsiasi altro cavallerizzo che non fosse William Cavendish, il duca di Newcastle, appunto.
La loro attività principale sarebbe mangiare e cacare col lieto fine di trasformare la massa vegetale, sapientemente brucata e digerita, in nobili proteine animali a disposizione dei predatori.
L'addomesticamento li ha trasformati prima in preziosi strumenti di lavoro, di trasporto e di guerra, e poi in attrezzi sportivi e oggetti di trastullo per noi ragasse.
Dunque. la loro capacità di adattamento è enorme, non capiscono ma si adeguano, il duca di Newcastle (uno dei grandi cavallerizzi classici) diceva che il lallo deve temere il suo cavaliere... e giù "mazzate", così i lalli sani e di conformazione normale venivano addestrati in meno di tre mesi e comunque nella metà del tempo necessaria a qualsiasi altro cavallerizzo che non fosse William Cavendish, il duca di Newcastle, appunto.


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