Cronache e Profili Napoletani - Felice De Filippis - Arturo Berisio Editore - 1968
Il libro è una carrellata di personaggi che spazia da illustri e famosi protagonisti della storia a pittoresche figure popolari che hanno caratterizzato Napoli negli ultimi mille anni.
Un intero capitolo è dedicato a Giovanni Battista Del Tufo: "un descrittore della Napoli cinquecentesca", appunto.
Il Nostro, durante una sua lunga (dorata) prigionia, scrive: Ritratto o modello delle delizie, grandezza e meraviglie della città di Napoli dove allinea minuziosamente quanto di bello e di buono ricorda della sua città natale.
Egli è un discendente di una illustre famiglia le cui origini risalgono al tempo di Alberto il Guiscardo (1050), dunque, conosce benissimo e dal di dentro la nobiltà partenopea e ne elenca le liete abitudini, tra le quali primeggia l'equitazione.
Ora, nel libro del De Filippis, nel capo dedicato al Del Tufo, ho trovato interessantissimo materiale, storico, politico, psicologico e sociologico che spiegano in "presa diretta" perché l'equitazione di corte sia nata proprio a Napoli e proprio in quel momento.
Curiosamente, letto il Del Tufo, viene facile fare un immediato accostamento tra quel periodo e il nostro che, vede la riscoperta dell'equitazione "classica", appunto.
A quel tempo, Napoli era una provincia spagnola lontanissima dai centri del Potere che era esercitato nelle altre capitali europee ma per quanto riguardava lo sfarzo, la pompa, la cucina, la "moda" dettava legge... ci ricorda qualcosa?
Competentissimo in quanto equitazione, il Del Tufo, come tutti i suoi pari, sa come ottenere dal cavallo il massimo rendimento e quali sono le qualità che deve avere il cavallo napoletano:
picciole orecchie e testa e larga fronte,
folto ciuffo, l'un l'altro occhio infocato,
le nari lunghe e il bel collo inarcato,.
E con le buone qualità descritte
lunga coda, pancia e gambe dritte,
la chioma folta e spatioso il petto.
In quel periodo la città era in piena espansione, la maggiore preoccupazione del viceré era di tenere la popolazione tranquilla assecondando la cieca mania di grandezza dei nobili
e provvedendo alla distribuzione del grano ai pezzenti in tempo di carestia, ciò contribuì a trasformare i napoletani in un popolo di "magnamaccheroni" e scansafatiche, nel mentre la corruzione, il clientelismo, la burocrazia la facevano da padrone.
Inoltre, i viceré per governare si servivano di feste, spettacoli e cerimonie che si succedevano in continuazione, anzi, quando le preoccupazioni di bilancio e della politica diventavano più gravi, si davano da fare per allestire feste ancora più grandiose e numerose, convinti - non a torto - che questi erano i mezzi per rafforzare il loro potere.
Come se non bastasse, i nobili avevano la lieta usanza della passeggiata pomeridiana per via Toledo (oggi via Roma), cavalcando splendidi destrieri con un largo seguito di paggi, staffieri e servitori, il popolino applaudiva levate, piaffi e corvetti come noi applaudiamo Maria De filippi, Mara Venier e Belen Rodriguez quando queste stars si degnano di mostrare le loro chiappe rifatte al pubblico pagante.
A quel tempo, "i nobbili" frequentavano le scuole di equitazione, una delle più rinomate si trovava al largo Mercatello (oggi Piazza Dante) e le figure di alta squola che si insegnavano erano molto più numerose e strambe di quelle giunte sino a noi, oltre: la levata, la groppata, i corvetti, la capriola si insegnavano a quei poveri ippomartiri: la ballottata, il capannone, la montonata, il raddoppio, la scappata, la mezzaria, l'orsata e altre monumentali stronzate che non servivano a niente se non a sbalordire e dimostrare l'abilità di quei nobili personaggi.
Lode di Gio. Battista Caracciolo marchese di S.Ermo...
... che quando egli cavalca,
si mena dietro una infinita calca;
e questo è quel che tant'onor acquista
de Caracciolo detto Gioan Battista...
Conoscendo l'inclinazione alla dissacrazione, alla pernacchia e allo sberleffo degli amici napoletani, è assai probabile che il buon marchese fosse oggetto anche di lazzi e frizzi dei lazzari e degli scugnizzi che - precedendo Carosone di 4 secoli - gli cantavano:
Comme si'bello
a cavallo a stu cavallo,
c'o monocolo a tracolla
conturbante comme a' ché
Cu 'e gguardie 'nnanze e 'a folla arreto
'rrevutá faje Tuleto.
Gué, si' curiuso
ma nui o' sapimme c'a si fuso
e sulo o cazz ai cavalle
staje a scassà...
Traduzione ultima strofa: ... con le guardie avanti e la folla indietro, metti in subbuglio tutta via Toledo. Sei veramente strano, ma noi lo sappiamo che sei un mentecatto e stai solamente a scassare ai cavalli lietamete il cazzo.
Però, mentre una piccola elite di nobilastri si trastullava a infliggere grandi e piccole torture a poveri lalli per ottenere inutili prestazioni, la maggioranza dell'umanità si serviva dei cavalli, o meglio, degli equini per scopi utili: viaggi, trasporti, collegamenti, lavoro nei campi, forza motrice per macine e mulini, alaggio per chiatte, mezzo di caccia e arma da guerra.
Senza scomodare i popoli equestri orientali: arabi, turchi, cosacchi, mongoli che se ne stracatafottevano di piaffi, passeggiate e corvetti, anche nella Napoli del del Tufo, dunque, di Grisone, Ferraro e Pignatelli la maggioranza della popolazione usava il cavallo in questo modo:
Poi s'in Puglia o in Calabria andar vorreste,
subito trovareste
preparati i procacci a questo apposta
che andar e venir poco vi costa;
come ancor ogni sabato mattino,
pagando il tuo quatrino,
partir per Roma cento avalieri,
frati monaci, preti e forastieri
vedreste cavalcati
con vescovi, arcivescovi e prelati
così senza pensier, cura né impaccio,
s'avvian in compagnia dietro l' procaccio.
I "procacci" dovevano essere gli organizzatori, i responsabili dei viaggi sia per terra che per mare.
Allora, in estrema sintesi, il dressage è figlio dell'equitazione accademica, dunque, nipote dell'equitazione di corte.
Pratica che otteneva il minimo risultato col massimo sforzo (dei lalli) col solo scopo di pavoneggiamento, sfarzo, esibizione; da quì, le fole, le parate, i caroselli, le sfilate equestri.
Naturalmente, questo era ed è inconfessabile, quindi fin da subito si inventarono "nobili" origini e scopi "militari" ai piaffi, alle levate e ai corvetti che erano/sono secondo gli "addetti ai lavori":
- stilizzazioni di azioni guerresche medioevali,
- esaltazioni degli atteggiamenti naturali dei lalli,
- ginnastica razionale,
- esibizioni artistiche tal quale il balletto classico.
Meno comprensibile è la riduzione di tutto ciò a uno sport inquadrato in regole del tutto artificiose fini a se stesse che in fondo - stranamente - ci rimandano alle stesse ragioni della nascita dell'equitazione di corte: puro esibizionismo.

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