venerdì 13 marzo 2020
Si fa presto a dire sussurratore.
La parola sussurratore apparve, riguardo Sullivan, alla fine del 700, ma è evidente che si sussurrava, bofonchiava, borbottava, zufolava, mormorava ai lalli ben prima che nascesse la parola divenuta poi di moda.
Sappiamo dai grandi cavallerizzi dell'importanza della terribil voce e della voce soave di grisoniana memoria, JDO allarga l'orizzonte e nel suo piccolo capolavoro: Dresser c'est simple così detta:
Sappiamo dai grandi cavallerizzi dell'importanza della terribil voce e della voce soave di grisoniana memoria, JDO allarga l'orizzonte e nel suo piccolo capolavoro: Dresser c'est simple così detta:
Poiché il cavaliere è un insegnante - stranamente - deve insegnare e per farlo deve comunicare… ma come?
Lo sappiamo tutti, con gli aiuti! Si, ma quali?
All’inizio, il cavaliere cosa deve dire al suo cavallo?
Certamente non farà delle dissertazioni sull’arte equestre, non perché la cosa non potrebbe esser utile, ma perché la comunicazione tra un essere umano ed un animale ha fatalmente un certo limite.
L’importante, per l’insegnante che deve educare il cavallo, è di fargli capire cosa deve e cosa non deve assolutamente fare, si tratta di come stabilire e di come dare due segnali comunicativi essenziali.
Per far capire ad un cavallo quando ha fatto qualcosa di giusto, il cavaliere dispone di varie possibilità: può accarezzarlo, può sospendere il lavoro, gli può dare un bocconcino… ma se il cavallo fa qualcosa di sbagliato e anche se all’inizio della sua educazione il cavallo ignora ciò che è sbagliato, bisogna ugualmente indicargli che quello che ha fatto gli è proibito.
All’inizio del suo addestramento, quasi sempre, il cavallo non sa se ha fatto qualcosa di vietato.... ... Dunque, se il cavallo esegue male una richiesta e fa una cosa sbagliata è necessario farglielo capire immediatamente, altrimenti, in perfetta buona fede, ripeterà e ripeterà ancora l’errore per il semplice fatto che non sa che sbagliare gli è proibito.
Per dirgli chiaramente che ha sbagliato, io non vedo altro che utilizzare i soli aiuti classicamente scelti: un colpo di frusta o di speroni!
Felice equitazione piena di calma e di delicatezza.
Ma non c’è nient’altro da fare?
No!
Su questo pianeta, tutti gli esseri viventi, dai mammiferi agli uccelli, passando per i pesci e ben inteso anche per gli insetti, TUTTI comunicano attraverso dei suoni.
Il linguaggio sonoro è universale.
E perché noi cavalieri non dovremmo servirci dei suoni per farci capire dal cavallo, da un animale così differente da noi?
Sarebbe masochismo e mancanza di buonsenso.
Quasi tutti i più importanti autori equestri ne hanno consigliato l’uso e hanno segnalato i vantaggi che ne derivano, ma questo è rimasto ancora una volta al livello di trattati equestri e non è passato nell’istruzione corrente, non è entrata nelle consolidate abitudini equestri.
In numerose scuole, chi parla al suo cavallo si prende delle sonore ripassate - rampogne- cazziate : «abbiate più gambe e meno voce» è una formula che abbiamo sentito nella principale scuola equestre francese.
Per inciso, in Germania, i cavalieri - almeno quelli di salto ostacoli - utilizzano un vero e proprio linguaggio sonoro specifico, in maniera tale che pur cambiando i loro cavalli, le comunicazioni vocali restino le stesse.
Per quello che mi riguarda, non solo considero la voce come facente parte degli aiuti, ma - soprattutto all’inizio dell’educazione - la reputo come l’aiuto principale.
La voce ha come primo vantaggio di essere immediatamente comprensibile.
Uno strillo secco e gutturale indica chiaramente al cavallo che il cavaliere non è contento e che dunque ha fatto qualcosa di proibito.
Per l’approvazione, è sufficiente un tono più morbido e se per le prime volte è accompagnato da carezze ed anche da una piccola ricompensa in cibo, il cavallo comprende perfettamente che quel suono ha il significato di approvazione.
In questo modo abbiamo sempre la possibilità di dire istantaneamente al nostro cavallo quando sbaglia e quando fa bene in maniera semplice e chiara... ... Diamo quindi come principio che la voce rappresenti l’aiuto principale del cavaliere, soprattutto durante la prima parte dell’educazione del cavallo.
Certamente il cavaliere deve saper usare gambe e mani, ma alla stessa maniera, deve saper utilizzare la voce.
Ora, per molti, questa cosa non è affatto chiara… Forse perché durante i loro inizi equestri la comunicazione vocale, non solo non è stata insegnata, ma molto spesso è stata loro vietata?
Oppure la causa potrebbe essere che ci si vergogna di parlare ad un animale?
Quali che siano le ragioni, si può constatare che generalmente i cavalieri non sono portati a parlare al cavallo e quando lo fanno, molto spesso, non sanno comunicare chiaramente.
Un cavaliere deve essere un animalier, nel senso che deve mettersi al posto del cavallo per sentire i suoi pensieri, le sue reazioni e soprattutto quello che può e non può capire.
Le parole non hanno nessun significato per lui, solo il suono, la tonalità della voce possono esprimere quello che vogliamo dirgli.
L’approvazione pone in generale pochi problemi, basta fargli un po’ di smancerie e il cavallo capisce, mentre è necessario che la disapprovazione debba essere molto energica.
Il divieto e la condanna alle azioni scorrette deve essere imposto con uno strillo forte, uno solo ma breve e imperioso.
Anche un cavallo non abituato ai comandi vocali deve immediatamente avvertire la (finta) collera del cavaliere.
Ben inteso, la collera non deve essere vera neanche per un solo istante.
Pensiamo che, se per una qualsiasi ragione, il cavaliere sentisse salire un minimo di collera, debba immediatamente smettere di lavorare e non riprendere fino a quando non si sentirà perfettamente rilassato.
Per contro, la collera la deve simulare e non può farlo che con la voce. Non si tratta di far paura al cavallo, ma di fargli comprendere che il cavaliere non sta scherzando.
In un gran film che si chiamava Trois de Saint Cyr c’era un graduato che diceva ad un giovane sancirino: «signore un ordine non si sussurra… si URLAAAAAAA»!!!
Molto giusto, ma non dobbiamo arrivare a urlare… tranne che qualche volta! L’ordine deve essere “schioccante” per essere efficace.
Altro imperativo molto importante: bisogna dare la terribil voce nell’istante stesso in cui il cavallo compia un’azione vietata, così comprenderà perfettamente la causa della reazione del cavaliere. Se la sgridata tardasse anche di poco, ci sarebbe il forte rischio che il cavallo non capisca.
Ben inteso, il divieto sonoro deve essere chiaro e forte, ma quando finalmente il cavallo fa il movimento voluto, i segni di approvazione devono essere altrettanto ben marcati e significativi a dimostrazione dell’entusiasmo del cavaliere. Noi comunichiamo con un animale e perché le cose siano chiare per lui, non bisogna temere di essere eccessivi nelle nostre manifestazioni di rimprovero o di approvazione.
Così le cose diventano comprensibili per il cavallo, iI bene ed il male sono perfettamente differenziati, le regole son chiare e questa chiarezza, a sua volta, produce fiducia e tranquillità.
Un cavallo che sa quello che deve fare è un cavallo calmo e tranquillo.
Al rimprovero e alla lode bisogna aggiungere un terzo suono che noi chiamiamo il “ronron”… il far le fusa dei gatti e delle gatte.
Perché?
Perché mentre noi - dalla sella - abbiamo il cavallo sempre sotto gli occhi, lui non vede noi e per questo, durante il lavoro, l’animale non può sapere esattamente lo stato d’animo del suo cavaliere e la cosa lo può inquietare.
Se in quel momento lui sente la sua voce che - con calma - gli fa dolcemente il ronron, capisce che tutto va bene e subito si tranquillizza.
Come ha detto il grande Nuno Oliveira: «se il cavallo si innervosisce, bisogna accarezzarlo con la voce».
Ho voluto riportare quasi integralmente il capo dedicato alla voce di JDO perché mi pare molto importante in generale eD è fondamentale nel particolare: i sussurratori (i ronronatori direbbe JDO) son sempre esistiti.
Fatta questa premessa, passiamo ad analizzare i vari metodi DEI DOMATORI DOLCI dato per buoni i resoconti giunti sino a noi... loso, loso, molti si chiederanno: ma perché non hai fatto alcun cenno a Parrelli e Monty Borotalco e simil compagnucci? Perché li reputo dei lestofanti disonesti: hanno adattato vecchi trucchetti alle esigenze del nuovo utente lallino, prima americano poi mondiale "inventando" un loro metodo teso sopratutto a ottenere risultati commerciali.
Al contrario, Brannaman (e altri come lui) si rifanno a > Ray Hunt e ai Dorrance, dunque > a Rarey > a Hayes e quindi > ai cavallari del vecchio e nuovo mondo.
Comunque, per completezza di informazione, anche inconsapevolmente, comunichiamo coi lalli con l'ODORE e con le contrazioni involontarie dunque con la vista e il tatto.
Eccovi il bellissimo articolo di Vezzani del CICAP riguardo CLEVER HANS E I SUOI EREDI.
In conclusione, i sussurratori "parlavano" con il lallo con un assieme di mezzi che presupponeva una intima vicinanza, una naturale confidenza, una giornaliera convivenza, una reciproca profonda conoscenza frutto della necessità di lavorare assieme/vivere assieme per 24 ore al giorno.
Al contrario, Brannaman (e altri come lui) si rifanno a > Ray Hunt e ai Dorrance, dunque > a Rarey > a Hayes e quindi > ai cavallari del vecchio e nuovo mondo.
Comunque, per completezza di informazione, anche inconsapevolmente, comunichiamo coi lalli con l'ODORE e con le contrazioni involontarie dunque con la vista e il tatto.
Eccovi il bellissimo articolo di Vezzani del CICAP riguardo CLEVER HANS E I SUOI EREDI.
In conclusione, i sussurratori "parlavano" con il lallo con un assieme di mezzi che presupponeva una intima vicinanza, una naturale confidenza, una giornaliera convivenza, una reciproca profonda conoscenza frutto della necessità di lavorare assieme/vivere assieme per 24 ore al giorno.
Sullivan.
Il sussurratore... ma tutti i ragazzi di scuderia lo erano/lo sono "sussurratori".
I suoi sistemi erano segreti, li metteva in pratica al chiuso di un box.
In un paio di orette sistemava cavalli micidiali dopo di che: usciva col cavallo tranquillo alla capezza.
Non volle mai svelare il suo metodo, manco di fronte alla scomunica.
Esaminata la scena del mistero e i citati indizi, dobbiamo dedurre che il solo modo per ottenere quel risultato è questo: vanno benissimo i sussurri, le carezzine e i grattini sul garrese e sul collo, ma ciò che metteva all'ordine il lallo aggressivo era questo: la catena catanese
la catenella, o anche un sottile ma robusto cordino, era facile da nascondere e semplice da applicare nel segreto della stalla.
AssicuroVi che così posizionata, basta un piccolo strattone o - se più vi piace - una leggera pressione per provocare grande immediato e diretto dolore allo lallo che ben presto capirà che ad ogni suo tentativo di attacco, aggressione, ribellione corrisponderà il lancinante dolore.
Per cui il bricconcello, fatto un rapido ragionamento, deduce che è meglio fare il bravo lallino con o senza la catenella sotto il labbro superiore sopratutto se l'azione della catenella è preceduta da un parolina magica a vostra scelta... ad esempio PIPPO! Bene, appena il vostro lallo accennerà a fare il monello, basterà esclamare:
pippo... che cazzo fai! Per vederlo quietarsi e mettersi subito agli ordini come un soldatino.
BUOVO.
E' pur vero che nei giovani è presente lo snappimg ma che ben presto scompare e, comunque, non pare di efficacia sempre sicura (Marthe Kiley-Worthington).
Apro una parente: ormai siamo nella confusione più totale, ogni testa di cazzo che si avvicina ai cavalli, sopratutto per fare soldi, si inventa la "sua" equitazione personale, di queste, l'equitazione etologica è quella più ossimorica, quasi come doma dolce, titoli creati solo per far presa tra le nuove utenti dello lallo che digeriscono tutto senza batter ciglio... chiusa parente.
Ora pregoVi di fare un piccolo sforzo e contestualizzare nel tempo quanto scriverò.
Senza andare troppo indietro in epoche remote, teniamo conto che ciò che era giusto per legge appena ieri da noi, non lo è più oggi, due esempi tra i tantissimi possibili:
- la legge 559 sull'adulterio, è stata abrogata negli anni 60 del s.s.
- la legge 898 sul delitto d'onore, è stata abrogata addirittura negli anni 80 del s.s.
Ma se tutto ciò non vi convince, ecco la la dura realtà dei nostri BISNONNI.
Fatta questa premessa, diroVVi che i mezzi usati dagli antichi "riaddestratori" erano estremamente convincenti e funzionavano, non scenderò in particolari perché farei inorridire le anime belle, ma ai tempi, quei particolari erano considerati normali come fu normale per me accettare le bacchettate sulle mani dal maestro alla squola elementare... per non parlare delle sculacciate. a suon di battipanni, che mi somministrava mia madre.
La realtà, i fatti ci dicono che animali aggressivi e pericolosi, inadatti a qualsiasi servizio, dopo un paio di settimane di cura diventavano collaborativi (rassegnati) agnellini... dei cavalli che non hanno più volontà, né intelligenza, né ricordi... dunque le cure dei cavallari, il maligno trucchetto di Sullivan e la brutale fermezza di Buovo sono in linea diretta con il metodo Baucher (sopratutto prima maniera), con le tecniche di costrizione di Rarey e di Hayes e con lo straordinario, incredibile sentiment di d'Aure che lungi da sciogliere le resistenze del lallo, le utilizzava ai propri fini.
Il Conte era ben consapevole del suo potere infatti diceva: « Quand je monte sur un cheval, je l’envahis ».... Quando monto un cavallo lo invado.... ovviamente questa traduzione alla lettera non ci sconfinfera, meglio rendere così: Quando monto un cavallo lo conquisto... me ne impossesso... lo domino... lo sottometto, appunto.
Credo che, il comandante Rousselet e Tom Bass - tra i personaggi equestri celebri... (celebri si fa per dire) - possano esser considerati dei sussurratori nel senso che cercavano di creare innanzitutto un contatto personale, di stabilire un patto fiduciario col cavallo.
Attenzione, Rarey, Hayes, d'Aure, Baucher e i cavallari della mia infanzia, quando non avevano a che fare con bestie infami, certamente si comportavano come i "cavalcatori di BARDELLA" cioè quei personaggi rimpianti dal de La Gueriniere trecento anni fa: ...eglino gli acquietavano, e li rendevano facili a montarsi. Giammai impiegavano il rigore né la forza, se prima provato non avessero le maniere più dolci, del cui buon effetto potessero lusingarsi... se ora si imitasse la condotta di questi antichi amatori, si vedrebbero meno cavalli storpiati, ruinati, ritrosi, ostinati e vitiosi.
Perché un ufficiale francese dell'esercito francese e uno schiavo negro americano erano così simili nel trattare i cavalli?
Provo a dare una spiegazione tentando di trovare i punti in comune di questi due personaggi:
- ambedue erano autodidatti.
- tuttiedue avevano avvicinato gli equini fin da bambini piccolissimi,
- Rousselet e Bass conoscevano, per esperienza diretta, il dolore, la violenza, la sofferenza, l'imposizione di una disciplina cieca e ottusa, il primo per aver frequentato per vent'anni i campi di battaglia di tutt'Europa, il secondo per la sua condizione di schiavo prima e di uomo libero poi ma negro nell'America segregazionista del suo tempo.
- Sia il Comandante che Tom avevano concepito un freno personale con lo scopo di rendere meno dolorosa l'azione dell'imboccatura.
- Tutt' e due, non hanno mai preteso di aver inventato un loro metodo originale, non hanno creato scuole, tantomeno discepoli.
L'intruso è mio figlio a 7 anni... a 8 anni faceva netto le "5 barriere": 60 - 80 - 100 - 120 - 140 con la "sua" Sagapò.
Dunque, è chiaro che oltre al rapporto colle mazzate, le corde. capezzoni e pilieri, esisteva anche quello basato sulla relazione oggi tanto di moda.
I cavallari di ieri come quelli di oggi sanno come stabilire una relazione lallina, lo facevano - a loro insaputa (alla Scajola) - passando 12/14 ore al giorno con il bestio.
Quindi, volendo, potevano insegnare all'animale dei semplici trucchetti e ve lo dimostro.
Per prima cosa stabiliamo cos'è la relazione tra uomo e animale o per meglio dire tra l'homo sapiens e gli altri animali, poi vedremo quella che ci interessa tra homo sapiens e equus ferus caballus...
s


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