No, non voglio parlare del celeberrimo monologo di Cocteau, ma della voce umana come un fondamentale aiuto equestre... ma andiamo per ordine, e, per farlo - stranamente - comincio dall'inizio...
Leicht kann der Hirt eine ganze Heerde Schafe vor sich hintreiben, der Stier zieht seinen Pflug ohne Widerstand; aber dem edlen Pferde, das du reiten willst, mußt du seine Gedanken ablernen, du mußt nichts Unkluges, nichts unklug von ihm verlangen.
Il pastore può condurre facilmente un intero gregge di pecore, così come il toro può tirare il suo aratro senza sforzo; ma, quando vuoi cavalcare il nobile destriero, per prima cosa, devi capire la sua mente i suoi pensieri, devi esser saggio e coerente , mai chiedergli qualcosa di incoerente qualcosa di insensato.
Come vedete, è una traduzione libera, ma credo, rispettosa del dire del grande poeta; per ricavarla, ho dovuto - "alla priora" - farne (rivangando i miei antichi studi del tedesco) una letterale, capire come si supportavano le proposizioni e dare una valore ai sinonimi delle parole meglio adattabili alla nostra lingua lingua.
Non mi risulta che Goethe fosse un provetto cavallerizzo, ma certamente aveva dimestichezza con i cavallii e con le altre bestie da lavoro come tutti nella sua epoca, dunque, se lui esprime questi concetti, vuol dire che erano di comun sentire oltre duecento anni fa.
Oggi, Parrelli e compagnucci ce li rivendono come assolute novità... ma che andassero a dar via i ciapp!
Parto dalle condivisibilissime frasi di Goethe e, con un salto funambolico, arrivo a Jean D'Orgeix un grandissimo cavaliere che ho già presentato: Jean Paqui.
Egli, trattando degli aiuti, conferma - con altre parole - i concetti di Goethe, per il mio piacere, ho scelto di parteciparvi quello che dice a proposito della voce, appunto.
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Poiché il cavaliere è - suo malgrado - un maestro, pertanto deve insegnare, dunque deve comunicare con il suo cavallo, come?
Con gli aiuti, naturalmente! Già, ma quali?
Prima di tutto deve esser capace di parlare col suo cavallo, ma certamente non gli propinerà delle dotte dissertazioni sull'arte equestre, non perché queste non sarebbero utili ma perché il cavallo - certamente - non ha mai letto un trattato di equitazione!
Ad ogni modo, è necessario che il maestro insegni al cavallo cosa può fare/cosa deve fare e cosa gli è interdetto/cosa gli è proibito.
Per far capire al cavallo che sta facendo bene, il cavaliere dispone di molte possibilità: fare una carezza, smettere di lavorare, dare un bocconcino come premio e se il cavallo sbaglia, fa qualcosa di indesiderato - ugualmente - bisogna farglielo capire.
E' evidente che il cavallo non sa, non può sapere - specialmente all'inizio dell'addestramento - come comportarsi, perché - oltre a non aver letto i sacri testi equestri - neanche ha fatto scuola di galateo.
Spesso, vediamo dei cavalieri irritarsi come delle vespe perché i loro cavalli non rispondono a semplici comandi o vi rispondono male e imputano, queste risposte scorrette, alla cattiva volontà, invece, le povere bestie non rispondono semplicemente perché non conoscono/non capiscono gli aiuti, dunque, bisogna insegnarglieli, farglieli capire.
Per prima cosa, se il cavallo non risponde correttamente ad una richiesta e fa qualcosa di sbagliato bisogna immediatamente "dirgli" che quello "non si fa", altrimenti, reitererà di nuovo l'errore perché - naturalmente - non sa che sta sbagliando.
Cosa fare? Colpi di frusta e attacchi di sperone!!
Che bella equitazione piena di calma e dolcezza!!... ma c'è qualcos'altro da fare?... certo che c'è... !
Tutti gli esseri viventi, dai mammifer agli uccelli passando per i pesci e gli insetti comunicano con i suoni, il linguaggio sonoro è universale!
Perché noi cavalieri non dovremmo comunicare col nostro cavallo con dei suoni? Non farlo sarebbe una specie di masochismo e una mancanza di buon senso.
Certamente, tutti i grandi cavallerizzi consigliano l'uso della voce e hanno descritto ampiamente i vantaggi che ne derivano, ma, purtroppo tutto ciò rimane a livello accademico non è passato nell'istruzione pratica, non è entrato nelle consuetudini consolidate dell'equitazione.
Anzi, in molti maneggi, il parlare col cavallo è duramente redarguito, si sente dire: usa più le gambe e meno la voce, questa formula è di uso comune nelle principali scuole equestri francesi, per inciso, voglio segnalare che in Germania, tutti i cavalieri - anche quelli di elite - usano, chi più chi meno, un linguaggio sonoro comune che è compreso da tutti i cavalli.
Per quanto mi riguarda, ritengo che la voce sia un aiuto come un altro, ma - sopratutto all'inizio dell'addestramento - è l'aiuto principale, infatti, è facilmente ed immediatamente comprensibile dal cavallo.
Un gutturale, sonoro e secco strillo indica inequivocabilmente al cavallo che ciò che sta facendo è sbagliato, non è desiderato dal cavaliere.
Per dimostrare approvazione il tono di voce deve essere dolce e carezzevole, magari accompagnandolo con carezze e/o con dei bocconcini.
Altro vantaggi dell'uso della voce, segnalato dalla gran parte dei grandi autori equestri, è che cattura l'attenzione del cavallo, e, alla lunga l'animale capisce che il cavaliere cerca di comunicare e - non foss'altro che per curiosità - diventa attento e partecipativo - dunque - impara più velocemente.
Evidenziamo dei principi: la voce rappresenta l'aiuto principale sopratutto all'inizio dell'addestramento del cavallo, solamente se il cavaliere sa usare perfettamente mani e gambe ottiene gli stessi risultati della voce, ma questa evidenza non è del tutto chiara alla maggior parte dei cavalieri.
Forse perché fin dall'inizio della loro carriera equestre l'uso della voce non gli viene insegnato, anzi, gli viene proibito?
Forse perché c'è un certo pudore nel farsi vedere mentre si parla con un animale?
Quali che siano le ragioni, in generale, non c'è l'abitudine di parlare coi cavalli, e, spesso quando lo si fa, lo si fa in maniera scorretta.
Un cavaliere deve essere prima di tutto un vero uomo di cavalli, questo implica il fatto di saper entrare in empatia con loro, sentire il loro stato emotivo, prevenire le loro reazioni e sopratutto capire ciò che possono o non possono fare in quel momento.
Il cavallo non comprende il significato delle parole, mentre capisce perfettamente il tono, la sonorità della voce.
L'approvazione non presenta particolari difficoltà di espressione, tutti ne siamo capaci, invece, il rimprovero deve esser espresso con voce secca e imperiosa per distinguerlo chiaramente dagli altri comandi vocali in maniera tale che, anche il cavallo non abituato a sentirlo che non lo conosce ancora, capisca immediatamente che il suo cavaliere non è contento è arrabbiato, incollerito perché sta facendo qualcosa di sbagliato.
A scanso di equivoci, se il cavaliere sentisse di essere veramente in collera, di essere agitato la cosa migliore è smontare e sospendere il lavoro.
Per contro, quando è necessario, il cavaliere deve simulare la collera, ovviamente, non per terrorizzare l'animale ma per fargli capire che "non si scherza".
In un bel film: "Les trois de Saint-Cyr", un istruttore diceva ad un giovane allievo ufficiale di quella scuola: Signore, un ordine non si sussurra... si urla!!Molto giusto. Certo, non bisogna diventare degli urlatori... ma quando ci vuole ci vuole! Un ordine deve essere schioccante, imperioso!
Di fondamentale importanza: la terribil voce deve essere data nello stesso momento nel quale il cavallo fa qualcosa di interdetto, solo così capirà bene che quello è causa della reazione negativa del cavaliere.
Se il rimprovero è dato fuori tempo, si rischia che il cavallo non comprenda o comprenda male.
Beninteso, se il rimprovero deve essere forte e sonoro, l'encomio deve esser altrettanto chiaramente dolce e affettuoso, sappiate che le vostre manifestazioni di approvazione o condanna non saranno mai eccessive, esagerate pure!
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Guardate questo video, JDO parla col cavallo mentre gli propone l'esercizio, gli parla come se si stesse rivolgendo ad un bambino, manifestando - spudoratamente - tutto il suo entusiasmo quando il cavallo risponde alla sua richiesta.
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Lo scopo è di fare in maniera tale che, nella mente del cavallo, il male e il bene siano perfettamente distinti e separati.
Così, l'animale sapendo cosa gli viene chiesto e sapendo cosa fare, avrà fiducia nel cavaliere e acquisirà sicurezza e tranquillità: Un cavallo che sa cosa deve fare è un cavallo calmo e tranquillo.
Per concludere, alla approvazione e al rimprovero bisogna aggiungere un terzo comando vocale il "ronron", non dimentichiamo che il cavallo - quando siamo in sella - non ci vede, mentre noi l'abbiamo tutto il tempo sott'occhio.
Pertanto, durante il lavoro, è bene rassicurarlo di tanto in tanto, e, specialmente se c'è qualche occasione di inquietudine, lo possiamo tranquillizzare col "ronron", con dei suoni o con delle parole dal suono lieve e flautato per fargli capire che non c'è nulla da temere, che tutto va bene; come dice il grande Nuno Oliveira: Se un cavallo è nervoso, bisogna accarezzarlo con la voce.



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