Da: Lalli e Tope un omaggio a JDO, a mio parere, il più grande uomo di cavalli del secolo scorso.
Per il mio piacere, voglio fare un piccolissimo omaggio a Minnie e Ambra, le mie due preziose collaboratrici in questo blog, tutte e due appassionate amazzoni, offro loro, alcuni brani tradotti da: Dresser c'est simple - di Jean D'Orgeix - ed. Belin un piccolo capolavoro di semplicità, di chiarezza e di piacevole esposizione di cultura equestre.
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| JDO su Arlequin |
Per chi - colpevolmente - non conoscesse JDO ecco un linco dove si parla di lui: I Grandi Cavallerizzi: JDO
Il rigore - il binomio - la risposta automatica, questo è il trittico di argomenti di JDO che offrirò alle mie amiche, si tratta di vecchi sani principi equestri, la particolarità sta nel fatto che il Nostro li ha esposti in maniera mirabile e li ha riadattati e rivisitati alla luce del cambiar dei tempi, cose che son mancate/che mancano in Italia. Da noi siamo ancora alla riesumazione di Caprilli in purezza, e ai...GAMBEGAMBE !!
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Il rigore.
Una ragassa mi chiedeva cosa doveva fare per primeggiare in equitazione, risposi: per prima cosa impara bene il francese e il tedesco per leggere e studiare senza intermediari i testi sacri, nel contempo, vai in Germania e restaci almeno tre anni + tre... tre anni per capire (la mentalità, il rigore, la disciplina) e, nel caso riuscissi a capire, altri tre per imparare.
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Leggiamo JDO:
Un pò d'allegria!
In altri tempi, c'erano dei detti umoristici che ironizzavano su particolari aspetti di ciascun arma dell'esercito francese.
Per la cavalleria si diceva: "il cavaliere riceve un ordine, saluta sbattendo i tacchi, salta in sella e parte al galoppo, ritorna al galoppo, salta giù, risaluta sempre battendo i tacchi e dice: "niente da segnalare"".
In effetti, è maledettamente vero che il cavaliere è - per sua natura - un "esagitato", spesso fa precedere l'azione alla riflessione.
Lo possiamo vedere nei cavalieri che - assolutamente debuttanti - vogliono andare subito al bel galoppo e a passare i cavalletti.
Alla maggioranza dei cavalieri, sfugge l'importanza di avvicinarsi all'equitazione partendo dal passo andatura essenziale per:
- studiare e capire le reazioni della bocca del cavallo all'azione della mano.
- per sentire la scioltezza dell'incollatura e la sua capacità di sollevarsi.
- per apprezzare la qualità delle risposte agli aiuti di gamba.
La buona equitazione si avvicina alla scienza, quando, ad un ragionamento preliminare segue una esecuzione ad esso conseguenziale ed eseguita precisamente.
Detto con altre parole, il principale difetto della "immense majorité" dei cavalieri è la mancanza di rigore.
Ora, in qualsiasi attività, in particolar modo nell'equitazione in quanto si lavora con un animale, per raggiungere dei buoni risultati, il rigore è un fattore indispensabile, imprescindibile.
Mi spiego: è fondamentale che le azioni del cavaliere siano fatte sempre nella stessa maniera e con la stessa precisione. Allora e solamente allora il lallo potrà capire e assimilare.
Bisogna ricordare, o meglio, bisogna scolpirsi nella mente le parole di Jean Saint-Fort Paillard: "le azioni del cavaliere non sono mai neutre, avranno sempre e comunque un effetto sull'addestramento del suo cavallo, lo potranno consolidare, migliorare, peggiorare".
Quante volte, vediamo un cavaliere fermarsi e discorrere tranquillamente con un amico continuando a tenere le redini tirate e le mani ben ferme.
Il lallo, poareto, deve rimanere immobile con l'incollatura spesso piegata mentre lui vorrebbe allungarla, vorrebbe stirare i muscoli, vorrebbe rilassarsi un pochino approfittando della pausa dal lavoro... messo in quelle condizioni, che fa?
Cerca di forzare la mano, si mette ad "incensare", si mette a "battere sulla mano" e il cavaliere - continuando a chiacchierare - senza prestare attenzione a quello che fa, tira indietro senza rendersi conto che - a sua scajola - sta insegnando al suo cavallo a resistere e a sottrarsi alla mano, e, quando in seguito incontrerà delle difese, nate proprio da queste sue insipienze, le attribuirà alla cattiva volontà e al brutto carattere del suo cavallo, appunto.
Dunque, il primo imperativo categorico del cavaliere che volesse praticare una equitatione di qualità è il controllo assoluto di se stesso; ogni gesto, ogni azione, ogni minima azione è importante per comunicare col cavallo, pertanto, il cavaliere deve capire che il suo agire deve diventare una abitudine, un protocollo ben preciso; bisogna incapsulare il lallo in un bozzolo fatto di riti... perché ho detto bozzolo?
Perché la farfalla, la libellula chiusa nel suo bozzolo è prigioniera ma sta in una prigione comoda, calda, sicura e dolce. E' quello che dobbiamo fare: costringere il cavallo in una rigorosa dolce disciplina, mai brutale men che mai violenta.
Il cavaliere deve "impossessarsi" del suo cavallo allo scopo che questo sia completamente a sua disposizione... ma prenderlo con la forza fisica - nel migliore dei casi - sarà una vittoria di Pirro.
Solo agendo con la sua forza mentale/psicologica il cavaliere potrà "dominare" il suo cavallo a patto che questa forza sia imposta in maniera calma, chiara, precisa e giusta.
Allora, e solo allora il cavallo si affiderà a questa autorità nella quale ha preso fiducia e alla quale - generoso - si concede.
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Il binomio... il binomio?
Ecco il secondo capo tratto da: Dresser c'est simple - di Jean D'Orgeix - ed. Belin, un piccolo capolavoro di semplicità, di chiarezza e di piacevole esposizione di cultura equestre.
Mi son permesso di evidenziare in neretto due principi equestri spesso trascurati che il Nostro mette in risalto come meritano.
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Per educare il nostro lallo bisogna insegnargli il lieto linguaggio degli aiuti, bisogna che impari a dare le giuste risposte ai nostri comandi, già, ma come fare? E a quale andatura?
Si distinguono due scuole di pensiero: la scuola francese propende per il passo, la tedesca per il trotto.
Non è per il nostro innato sciovinismo che credo che l'addestramento del cavallo debba essere in gran parte effettuato al passo, andatura che consente all'animale di apprendere le leggi equestri e di assimilare le basi dell'equitazione nella calma e nella tranquillità.
Attenzione, il cavaliere deve mettere la stessa cura e pretendere la stessa precisione dal cavallo, sia quando si va al passo ordinario, sia quando si chiede il grand passage; sia quando si affronta una crocetta, sia quando si va contro un muro di due metri.
Il trotto, invece, è un'andatura adatta principalmente per fare ginnastica, cosa buona e giusta per la preparazione di una disciplina sportiva chiamata - stranamente - dressage, e io non vedo alcun rapporto tra la ginnastica e l'arte equestre.
Perché la ginnastica, ottima per lo sviluppo fisico, non ha alcun rapporto con l'educazione mentale, con lo studio, con l'apprendimento che sono fattori di ordine psichico,vi siete mai chiesti perché nessuno studente si mette a fare ginnastica mentre studia il teorema di Euclide?
A mio parere, tra le due cose, passa la stessa differenza che c'è tra un imbianchino che con la "ginnastica" dei suoi movimenti dipinge rapidamente un appartamento e Rembrand che - seduto nel suo studio - mette sulla tela la sua arte.
Dunque, per me, l'equitazione di base deve essere svolta al passo, solamente in seguito - quando il cavallo avrà assimilato bene quei principi - si svilupperà a tutte le andature.
Oggigiorno, la parola "sottomissione" irrita molte persone perché ci vedono una sorta di violenza morale e individuano, come un infame despota, chi impone con mezzi coercitivi - dunque brutali - la sua egemonia e la sua volontà
Ma, io che - come il grande re Filippo il Bello - cerco di guardare sempre ai fatti, dico: se l'autorità diventa tirannia non è sbagliata in se ma nella maniera nella quale viene applicata... oggigiorno sentiamo spesso le anime belle - dico "anime belle" senza alcuna ironia - affermare: "bisogna essere all'ascolto del proprio lallo!"... Ah bene! E per sentire cosa?
Certamente, è sicuro che bisogna avere la necessaria sensibilità equestre per capire e riflettere sullo stato d'animo del cavallo, per sentire - in ogni circostanza - le sue reazioni istintive e le sue risposte apprese; in altre parole, bisogna capirlo psichicamente per poterlo meglio governare fisicamente.
Ma, detto questo, le cose stanno esattamente al contrario: è lui, il nostro lallo che deve essere al nostro ascolto, infatti - fino a prova contraia - siamo noi che gli diciamo, gli indichiamo, gli ordiniamo qualcosa.
Oggigiorno si confonde l'autorità con l'autoritarismo; lo ripeto: il principio di autorità non è condannabile, può esserlo l'uso che se ne fa.
Per me la grande equitazione, non è praticata da un "binomio", da una coppia ma da un solo essere: il cavaliere che si prolunga fisicamente nel corpo del lallo, mettendo in pratica uno dei sacri principi di Baucher che - tradotto alla lettera - suona così: "distruggere le forze istintive del cavallo e rimpiazzarle con delle forze trasmesse"... tradotto con un pò più di cura: "bisogna sostituire le reazioni istintive del cavallo con delle risposte acquisite", quando questo avviene, l'equitazione diventa un'arte.
l lallo deve sentire che sul suo groppone esiste un'entità "divina" che esercita il suo potere assoluto con olimpionica calma, la sua azione non è mai violenta, men che mai brutale, ma ostinatamente intransigente, e, quando chiede qualcosa di nuovo, ricomincia d'accapo ma con la ferrea volontà di ottenere ciò che vuole, insistendo e ripetendo gli stessi esercizi fino a quando saranno necessari.
E' fondamentale che il lallo si convinca di questo: prima e meglio faccio quello che mi chiede il padreterno che ho sulla schiena, prima finirà di rompermi i cabasisi e prima andrò a riposare e prima mi darà una lieta ricompensa.
Il generale Decarpentry sintetizzava tutto ciò in due parole: "l'addestramento è opera di convincimento".
Tutto ciò implica con tutta evidenza che il cavaliere debba avere ben chiari due concetti:
Mi son permesso di evidenziare in neretto due principi equestri spesso trascurati che il Nostro mette in risalto come meritano.
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Per educare il nostro lallo bisogna insegnargli il lieto linguaggio degli aiuti, bisogna che impari a dare le giuste risposte ai nostri comandi, già, ma come fare? E a quale andatura?
Si distinguono due scuole di pensiero: la scuola francese propende per il passo, la tedesca per il trotto.
Non è per il nostro innato sciovinismo che credo che l'addestramento del cavallo debba essere in gran parte effettuato al passo, andatura che consente all'animale di apprendere le leggi equestri e di assimilare le basi dell'equitazione nella calma e nella tranquillità.
Attenzione, il cavaliere deve mettere la stessa cura e pretendere la stessa precisione dal cavallo, sia quando si va al passo ordinario, sia quando si chiede il grand passage; sia quando si affronta una crocetta, sia quando si va contro un muro di due metri.
Il trotto, invece, è un'andatura adatta principalmente per fare ginnastica, cosa buona e giusta per la preparazione di una disciplina sportiva chiamata - stranamente - dressage, e io non vedo alcun rapporto tra la ginnastica e l'arte equestre.
Perché la ginnastica, ottima per lo sviluppo fisico, non ha alcun rapporto con l'educazione mentale, con lo studio, con l'apprendimento che sono fattori di ordine psichico,vi siete mai chiesti perché nessuno studente si mette a fare ginnastica mentre studia il teorema di Euclide?
A mio parere, tra le due cose, passa la stessa differenza che c'è tra un imbianchino che con la "ginnastica" dei suoi movimenti dipinge rapidamente un appartamento e Rembrand che - seduto nel suo studio - mette sulla tela la sua arte.
Dunque, per me, l'equitazione di base deve essere svolta al passo, solamente in seguito - quando il cavallo avrà assimilato bene quei principi - si svilupperà a tutte le andature.
Oggigiorno, la parola "sottomissione" irrita molte persone perché ci vedono una sorta di violenza morale e individuano, come un infame despota, chi impone con mezzi coercitivi - dunque brutali - la sua egemonia e la sua volontà
Ma, io che - come il grande re Filippo il Bello - cerco di guardare sempre ai fatti, dico: se l'autorità diventa tirannia non è sbagliata in se ma nella maniera nella quale viene applicata... oggigiorno sentiamo spesso le anime belle - dico "anime belle" senza alcuna ironia - affermare: "bisogna essere all'ascolto del proprio lallo!"... Ah bene! E per sentire cosa?
Certamente, è sicuro che bisogna avere la necessaria sensibilità equestre per capire e riflettere sullo stato d'animo del cavallo, per sentire - in ogni circostanza - le sue reazioni istintive e le sue risposte apprese; in altre parole, bisogna capirlo psichicamente per poterlo meglio governare fisicamente.
Ma, detto questo, le cose stanno esattamente al contrario: è lui, il nostro lallo che deve essere al nostro ascolto, infatti - fino a prova contraia - siamo noi che gli diciamo, gli indichiamo, gli ordiniamo qualcosa.
Oggigiorno si confonde l'autorità con l'autoritarismo; lo ripeto: il principio di autorità non è condannabile, può esserlo l'uso che se ne fa.
Per me la grande equitazione, non è praticata da un "binomio", da una coppia ma da un solo essere: il cavaliere che si prolunga fisicamente nel corpo del lallo, mettendo in pratica uno dei sacri principi di Baucher che - tradotto alla lettera - suona così: "distruggere le forze istintive del cavallo e rimpiazzarle con delle forze trasmesse"... tradotto con un pò più di cura: "bisogna sostituire le reazioni istintive del cavallo con delle risposte acquisite", quando questo avviene, l'equitazione diventa un'arte.
l lallo deve sentire che sul suo groppone esiste un'entità "divina" che esercita il suo potere assoluto con olimpionica calma, la sua azione non è mai violenta, men che mai brutale, ma ostinatamente intransigente, e, quando chiede qualcosa di nuovo, ricomincia d'accapo ma con la ferrea volontà di ottenere ciò che vuole, insistendo e ripetendo gli stessi esercizi fino a quando saranno necessari.
E' fondamentale che il lallo si convinca di questo: prima e meglio faccio quello che mi chiede il padreterno che ho sulla schiena, prima finirà di rompermi i cabasisi e prima andrò a riposare e prima mi darà una lieta ricompensa.
Il generale Decarpentry sintetizzava tutto ciò in due parole: "l'addestramento è opera di convincimento".
Tutto ciò implica con tutta evidenza che il cavaliere debba avere ben chiari due concetti:
- primo, mai chiedere qualcosa al di fuori delle possibilità del suo lallo.
- secondo, l'addestramento deve essere estremamente progressivo, mai passare ad un livello superiore se quello inferiore non è stato completamente assimilato.
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Il riflesso pavloviano.
Con questo, concludo il trittico dedicato alle mie ragasse riguardante alcuni principi equestri mirabilmente illustrati da JDO nel suo : Dresser c'est simple - ed. Belin, un piccolo capolavoro di semplicità, di chiarezza e di piacevole esposizione di cultura equestre.
Molto probabilmente, solo pochi cavalieri particolarmente dotati o forse quelli che professionalmente si dedicano all'equitazione possono mettere in pratica le idee di JDO, Infatti: si da il caso che ritroviamo tutti i principi fondamentali di JDO nella monta dei migliori cavalieri attuali di s.o. (P. Durand). Questo non esclude che anche il giolivo cavagliere della Domenica possa conoscerli, e, magari adattarli alle sue povere possibilità.
Il libriccino di JDO è prezioso, aggiorna e rinfresca le mirabili intuizioni/la mai conclusa ricerca di Baucher nell'ambito agonistico ottenendo risultati strabilianti e - di fronte a questi - non si può far altro che metter giù il cappello.
Ma sarebbe riduttivo considerare JDO solo in chiave sportiva, la sua competenza, la sua analisi è molto più larga, tratta l'equitazione a tuttotondo, secondo me è il più grande "uomo di cavalli" del ventesimo secolo, cosa che mai ammetteranno i maligni e i superbi.
Una delle frasi del Nostro che più mi ha colpito è questa: Il percorso del nostro cavallo è nel palmo della nostra mano. Ecco, basterebbe che il cavagliere medio itagliano capisse/avesse chiaro questo concetto per far fare un enorme balzo in avanti alla nostra disastratissima equitazione.
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Qual'è il risultato supremo nel quale sperano tutti i cavalieri?
Che il loro lallo diventi parte integrante di se stessi, diventi un loro vero e proprio prolungamento fisico!
Questo è il sogno sopratutto di coloro che praticano l'equitazione sportiva nella quale la rapidità di esecuzione è fondamentale come nel s.o. ma, questa condizione, è perfettamente realizzabile da chiunque voglia praticare un'equitazione di qualità..
.
Ma allora, attraverso quale percorso si può giungere ad un tale livello?
Noi vogliamo sollevare le braccia; il nostro cervello trasmette attraverso l'apparato nervoso questo desiderio ai muscoli che istantaneamente rispondono adeguatamente e ci troviamo con le mani in alto.
Ma quando vogliamo che il nostro cavallo faccia, lui, questo o quel un gesto, lo eseguirà grazie agli aiuti corrispondenti all'ordine che gli daremo.
Per parte nostra, l'azione sarà rapida tal quale a quella del comando di "mani in alto", ma cosa succede ?
Il cervello del lallo (se bene addestrato) recepisce immediatamente l'ordine e a sua volta ordina al suo apparato nervoso di mettere in atto i movimenti che corrispondono alla richiesta del cavaliere.
Tutto questo avviene rapidamente, purtuttavia esiste/deve esistere uno scarto di tempo tra il comando del cavaliere e la ricezione e l'esecuzione del lallo.
Inoltre, il cavallo: per affaticamento, per mancanza di concentrazione, per distrazione può ritardare la sequenza e allora la risposta tarderà ulteriormente.
Allo scopo di contenere questo rischio e per ottenere la risposta istantanea ai propri aiuti, bisogna eliminare il passaggio per il cervello del lallo, in altre parole, bisogna trasformare le risposte apprese e "ragionate" del lallo in riflessi condizionati.
Per questo motivo, tutto il nostro addestramento/la nostra educazione, o almeno la gran parte di essa, si svolgerà in due tempi: in primo luogo, il lallo dovrà imparare che ad una tale azione del cavaliere deve rispondere immediatamente con il tale "gesto"; dopo di che, una volta che il cavallo ha appreso, bisogna ripetere quel moimento centinaia, migliaia di volte, in un lasso di tempo abbastanza breve.
In questa maniera, la risposta "ragionata" data all'nizio, si trasforma in un movimento istintivo, automatico, che, in qualche misura, sfugge alla volontà stessa dell'animale..
Immaginiamo di dover imparare a sollevare le braccia quando sentiamo una mano che si posa sulla nostra spalla. Da principio, ogni volta che sentiamo la pressione della mano sulla spalla, daremo il comando alle nostre braccia di sollevarsi, ma se il fatto si ripete per centinaia e centinaia di volte, mettere le mani in alto diventerà un riflesso condizionato.
Infatti, quando sentiremo una mano posarsi sulla spalla, in qualsiasi circostanza, anche se pensiamo ad altro e in maniera indipendente dalla nostra volontà, metteremo le mani in alto automaticamente..
Si tratta del lieto riflesso di Pavlov, la risposta è diventata automatica, indipendente perfino dal nostro libero arbitrio.
Cosa significa tutto ciò applicato all'educazione del nostro lallo?
Che i nostri comandi non passano più per il suo cervello, pertanto, il cavaliere agisce direttamente sull'apparato nervoso dell'animale, quale che sia il suo stato psichico di quel momento.
Le conseguenze sono evidenti, sia sul piano della rapidità/della immediatezza di esecuzione, sia dell'obbedienza. che sarà cieca e assoluta.
A tal proposito mi ricordo di un un episodio riguardante uno dei mie cavallerizzi preferiti: Carletto Raabe, un vero mattacchione!
Per chi fosse interessato al "picchiatello" clicchi pure quà......
Ecco l'episodio, lo sfortunato cavallo in questione, certamente era stato educato alla maniera descritta dai JDO.
Molto probabilmente, solo pochi cavalieri particolarmente dotati o forse quelli che professionalmente si dedicano all'equitazione possono mettere in pratica le idee di JDO, Infatti: si da il caso che ritroviamo tutti i principi fondamentali di JDO nella monta dei migliori cavalieri attuali di s.o. (P. Durand). Questo non esclude che anche il giolivo cavagliere della Domenica possa conoscerli, e, magari adattarli alle sue povere possibilità.
Il libriccino di JDO è prezioso, aggiorna e rinfresca le mirabili intuizioni/la mai conclusa ricerca di Baucher nell'ambito agonistico ottenendo risultati strabilianti e - di fronte a questi - non si può far altro che metter giù il cappello.
Ma sarebbe riduttivo considerare JDO solo in chiave sportiva, la sua competenza, la sua analisi è molto più larga, tratta l'equitazione a tuttotondo, secondo me è il più grande "uomo di cavalli" del ventesimo secolo, cosa che mai ammetteranno i maligni e i superbi.
Una delle frasi del Nostro che più mi ha colpito è questa: Il percorso del nostro cavallo è nel palmo della nostra mano. Ecco, basterebbe che il cavagliere medio itagliano capisse/avesse chiaro questo concetto per far fare un enorme balzo in avanti alla nostra disastratissima equitazione.
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Qual'è il risultato supremo nel quale sperano tutti i cavalieri?
Che il loro lallo diventi parte integrante di se stessi, diventi un loro vero e proprio prolungamento fisico!
Questo è il sogno sopratutto di coloro che praticano l'equitazione sportiva nella quale la rapidità di esecuzione è fondamentale come nel s.o. ma, questa condizione, è perfettamente realizzabile da chiunque voglia praticare un'equitazione di qualità..
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Ma allora, attraverso quale percorso si può giungere ad un tale livello?
Noi vogliamo sollevare le braccia; il nostro cervello trasmette attraverso l'apparato nervoso questo desiderio ai muscoli che istantaneamente rispondono adeguatamente e ci troviamo con le mani in alto.
Ma quando vogliamo che il nostro cavallo faccia, lui, questo o quel un gesto, lo eseguirà grazie agli aiuti corrispondenti all'ordine che gli daremo.
Per parte nostra, l'azione sarà rapida tal quale a quella del comando di "mani in alto", ma cosa succede ?
Il cervello del lallo (se bene addestrato) recepisce immediatamente l'ordine e a sua volta ordina al suo apparato nervoso di mettere in atto i movimenti che corrispondono alla richiesta del cavaliere.
Tutto questo avviene rapidamente, purtuttavia esiste/deve esistere uno scarto di tempo tra il comando del cavaliere e la ricezione e l'esecuzione del lallo.
Inoltre, il cavallo: per affaticamento, per mancanza di concentrazione, per distrazione può ritardare la sequenza e allora la risposta tarderà ulteriormente.
Allo scopo di contenere questo rischio e per ottenere la risposta istantanea ai propri aiuti, bisogna eliminare il passaggio per il cervello del lallo, in altre parole, bisogna trasformare le risposte apprese e "ragionate" del lallo in riflessi condizionati.
Per questo motivo, tutto il nostro addestramento/la nostra educazione, o almeno la gran parte di essa, si svolgerà in due tempi: in primo luogo, il lallo dovrà imparare che ad una tale azione del cavaliere deve rispondere immediatamente con il tale "gesto"; dopo di che, una volta che il cavallo ha appreso, bisogna ripetere quel moimento centinaia, migliaia di volte, in un lasso di tempo abbastanza breve.
In questa maniera, la risposta "ragionata" data all'nizio, si trasforma in un movimento istintivo, automatico, che, in qualche misura, sfugge alla volontà stessa dell'animale..
Immaginiamo di dover imparare a sollevare le braccia quando sentiamo una mano che si posa sulla nostra spalla. Da principio, ogni volta che sentiamo la pressione della mano sulla spalla, daremo il comando alle nostre braccia di sollevarsi, ma se il fatto si ripete per centinaia e centinaia di volte, mettere le mani in alto diventerà un riflesso condizionato.
Infatti, quando sentiremo una mano posarsi sulla spalla, in qualsiasi circostanza, anche se pensiamo ad altro e in maniera indipendente dalla nostra volontà, metteremo le mani in alto automaticamente..
Si tratta del lieto riflesso di Pavlov, la risposta è diventata automatica, indipendente perfino dal nostro libero arbitrio.
Cosa significa tutto ciò applicato all'educazione del nostro lallo?
Che i nostri comandi non passano più per il suo cervello, pertanto, il cavaliere agisce direttamente sull'apparato nervoso dell'animale, quale che sia il suo stato psichico di quel momento.
Le conseguenze sono evidenti, sia sul piano della rapidità/della immediatezza di esecuzione, sia dell'obbedienza. che sarà cieca e assoluta.
A tal proposito mi ricordo di un un episodio riguardante uno dei mie cavallerizzi preferiti: Carletto Raabe, un vero mattacchione!
Per chi fosse interessato al "picchiatello" clicchi pure quà......
Ecco l'episodio, lo sfortunato cavallo in questione, certamente era stato educato alla maniera descritta dai JDO.
"Siamo durante la "guerra di Crimea", la cavalleria anglo-francese era di stanza nei pressi della baia di Kamiesh, gli ufficiali delle due nazioni alleate, facevano a gara tra di loro negli sport equestri, che erano già molto popolari in Inghilterra mentre erano quasi sconosciuti in Francia; naturalmente gli inglesi la "facevano da padroni" e questa loro innegabile superiorità era sottolineata - sia pur cortesemente - dagli ufficiali inglesi.
Raabe era inbufalito da quell'atteggiamento spocchioso e cercava una maniera per rivalersi a sostegno del proprio orgoglio nazionale; la trovò durante una passeggiata con un gruppetto di ufficiali inglesi particolarmente "sportivi".
Una passerella di legno, abbastanza larga ma priva di ringhiere, si protendeva nella baia e terminava a picco sul mare da un'altezza di una dozzina di metri.
Raabe, spinse il suo cavallo - ben inquadrato tra le gambe - sulla pensilina; dopo qualche esitazione, anche i lalli inglesi gli furono dietro, arrivati alla fine della passerella, Raabe si fermò di fronte al mare e disse: "ragazzi, saltiamo?".
Credendo ad uno scherzo, gli inglesi si misero a ridere, poi quando il Capitano impertubabile ripetette : "chi salta?", dissero che non era possibile chiedere ad un cavallo un simile atto di obbedienza.
Allora Raabe, con un solo colpo di speroni lanciò - da quell'altezza - il suo cavallo in acqua.
Gli altri, malgrado le speronate e le frustate non riuscirono a far fare altrettanto ai loro cavalli.
Questa bravata stava per costare la vita al Capitano che venne ripescato a stento, il suo cavallo annegò e pertanto Raabe si beccò - per quella bravata - un mesetto di arresti.
Per contro, il generale comandante della cavalleria inglese - da vero sportivo - gli regalò uno dei suoi cavalli personali splendidamente bardato", e, certamente fece un terribile cazziatone ai suoi ufficiali.
Lo so, le ragasse d'oggi non capiscono questa bravata così apprezzata dal generale comandante inglese, perché, col lallo ci si sollazzano col puccipucci lalloso, mentre, a quei tempi - a cavallo - si andava ad infilzar nemici o a farsi sbudellare dagli stessi, la differenza tra queste due opzioni era data principalmente dall'obbedienza incondizionata del lallo in combattimento.
Raabe - in sella al suo lallo - avrebbe sicuramente scannato i suoi avversari o almeno avrebbe avuto molte possibilità di farlo, invece, i suoi colleghi inglesi - in groppa a quei lalli riottosi (non perfettamente addestrati) - avrebbero corso un altissimo rischio di esser giolivamente affettati in battaglia.
Ragionando su quanto ho appena scritto, mi viene in mente una frase del conte d'Aure, un vero centauro, un demonio a cavallo, il quale, riferendosi ai cavalli che montava, diceva: Je l'envahis, io li invado, io me ne impossesso.
Lo poteva fare grazie alla sua smisurata sensibilità equestre che lo portava per puro sollazzo a montare puledri mai toccati prima dall'uomo, a portare in corsa stalloni da monta, a cavalcare cavalli difficili/cavalli infami;
JDO dal canto suo, per esigenze sportive, ha elaborato un metodo per "invadere" i lalli senza avere le qualità intrinseche del centauro, per impossessarsi diabolicamente dei cavalli senza essere un d'Aure... un Satanasso.









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