domenica 8 novembre 2015
Graziano Mancinelli: il più grande!
Mancinelli è stato un grandissimo cavaliere, considerata la realtà equestre italiana e le sue vicissitudini, il più grande cavaliere italiano di tutti i tempi e spiego perché.
Ha iniziato quando l'ipocrisia sportiva impediva ai professionisti di cimentarsi alle olimpiadi ma considerava "dilettanti" i D'Inzeo, gli Hoppes e gli Angioni che sotto le "stellette" erano quanto di più professionistico ci possa essere.
Prima di parlare della sua parabola sportiva, voglio citare il fatto che fui a cena insieme a lui ed a Raimondo D'Inzeo alla Terrazza Martini di Bruxelles tanti anni fa, (era una festa, noi eravamo lì in comitiva e fu per puro caso che ci misero allo stesso tavolo).
In tutta la serata avrà detto forse otto parole, chiaramente si vedeva che era a disagio, era lì per forza, per dovere di rappresentanza.
Praticamente la sua vita coi cavalli cominciò come stalliere, come aiuto del padre che era capo scuderia alla Farnesina a Roma.
Il battesimo a cavallo, Graziano lo ebbe quando il padre - milanese emigrato al sud - gli fece montare un cavallo dal simpatico nome: Avvoltoio... il ragazzino - poco esperto - quasi subito finì per le terre: il malefico "Avvoltoio" aveva colpito ancora.
Ma già allora, il "soldo di cacio" dette prova della sua determinazione e del suo coraggio; rimontò in sella e vi rimase fino a quando non terminò la lezione.
Da allora, quel ragazzino tutt'ossa ne fece di progressi, lo prese a ben volere il colonnello Chiantìa: militare siciliano, medaglia d'oro della grande guerra, caprilliano di stretta osservanza, uomo d'altri tempi.
L'ufficiale fu il suo primo maestro, ma i suoi maestri veri furono i cavalli: non possedendone alcuno, si adattava a muovere quegli degli altri: cavalli viziati, addormentati, scappatori, ronzini che andavano di rimessa sopra una crocetta, lui li interpretava alla perfezione, li carezzava li incoraggiava ma faceva sentir loro anche il bruciore del frustino quando era il caso.
Il burbero colonnello lo additava ad esempio ai ragazzi della buona società romana che pertanto lo guardavano con un misto di invidia e diffidenza, e, comunque il suo carattere chiuso ed umbratile non lo aiutava a farsi delle amicizie.
All'età di 13 anni, con autentiche rozze, cominciò a ben piazzarsi in gara, era bravo, veramente bravo; quando però, quel ragazzino, quel garzone di scuderia, in sella a vecchi "catenacci" - troppo spesso - si metteva davanti a cognomi illustri che montavano cavalli milionari, quelle vittorie diventarono un affronto ed un oltraggio ad una intera classe sociale.
Fermarlo in campo per quei bamboccioni era impossibile, con Que Quenta : un cavallino argentino sgraziato, malfatto che valeva due lire, ma con un coraggio da leone, ridicolizzò saltatori comprati in tutta Europa a suon di milioni.
Ormai anche la stampa specializzata parlava di lui, non aveva ancora 18 anni, riuscì a comprarsi un cavallo: Nicolino , lo teneva da un carrettiere a Ponte Milvio, sempre per via dell'invidia dei pargoli "bennati", ma lo stratagemma non servì a nulla, era diventato troppo ingombrante per l'ambiente.
Pertanto fu pretestuosamente accusato di "professionismo", ipocrita accusa "infamante".
Il bello era che la Federazione Sport Equestri era controllata da militari, che erano considerati dilettanti ma montavano a tempo pieno pagati dallo stato ed erano supportati in ogni maniera dalla federazione.
Comunque, anche suo padre - incolpevole - subì: l'invidia delle cagnette a cui il figlio aveva sottratto l'osso.
Pertanto, furono costretti a riemigrare a Milano...
a Milano.
Graziano, non ancora diciottenne ma già solido a cavallo, incontrò il cav. Rivolta, abilissimo commerciante di cavalli che capì subito che la "classe non è acqua", dunque gli affidò i cavalli della sua scuderia, lì il campionario di cavalli a disposizione era infinito, si trattava specialmente di cavalli difettati, restii, infami che il giovane Graziano riusciva immancabilmente a sistemare.
Graziano, non ancora diciottenne ma già solido a cavallo, incontrò il cav. Rivolta, abilissimo commerciante di cavalli che capì subito che la "classe non è acqua", dunque gli affidò i cavalli della sua scuderia, lì il campionario di cavalli a disposizione era infinito, si trattava specialmente di cavalli difettati, restii, infami che il giovane Graziano riusciva immancabilmente a sistemare.
Naturalmete per fare questo lavoro, lo stile e l'eleganza se ne vanno a farsi benedire, il dogma di Caprilli doveva esser rivisto ed adattato alle esigenze del suo lavoro della sua professione, già, perché ormai Rivolta lo aveva assunto a tempo pieno, anzi di più: lo accolse come un figlio.
Pertanto, i tromboni militari e i civili invidiosi continuarono a storcere il naso quando si parlava di Mancinelli, il fatto - ovviamente - non aveva nessuna influenza sui risultati, dunque, il Nostro continuò a metterli in fila senza pietà.
Comunque, i suoi cavalli erano sempre cavalli particolari, Rockette e Ussaro e Elke ma anche Mirtillo: un cavallino sardo che a 16 anni - nel 1960 - su quarantotto gare ne vinse 44 e Turvey, un purosangue irlandese completamente matto ma che entrava ed usciva da una gabbia in un sol tempo.
Ma il suo cavallo era e rimane Ambassador: il cavallo col quale vinse le Olimpiadi di Monaco, il grigio dalla bianca coda spumeggiante fu acquistato da Mancinelli nel 1971, naturalmente era già bellissimo e di grandi potenzialità, ma era duro, legnoso, ingovernabile, pieno di fisime e paure; ebbene, l'estate dopo - fluido e preciso - va a vincere la massima competizione degli sport equestri alle olimpiadi.
Ricordo ancora quel pomeriggio alla TV, di come volarono sull'ultimo ostacolo, il mio urlo assieme a quello di una mia fidanzatina che, sebbene non amasse particolarmente i cavalli, alla vista di quel grigio fatato rimase anche lei bloccata a guardare a bocca aperta; forse nel suo inconscio, quello rappresentava il perfetto cavallo dei sogni, quello che porta in groppa il principe nelle fantasie delle ragazzine di ogni luogo e di tutti i tempi.
Dunque, conoscendo un pò la storia dello sport equestre italiano, posso affermare - senza temere le smentite - che Mancinelli è stato il più grande cavaliere civile italiano di tutti i tempi.
Era certamente di carattere difficile, sicuramente non amava i rituali di quell'ambiente trombonico, ingessato: baciamani, sbatter di tacchi, ipocrisia, ippocrisia e invidia, tanta, tanta invidia.
In un altro ambiente, dove avesse avuto peso la meritocrazia, sarebbe stato supportato e avrebbe fatto sfaceli - malgrado ciò - lui si è battuto ed ha battuto, in sella a scarti di scuderia, i figli di papà montati su dei veri e propri "tesoretti" a quattro zampe.
Ovviamente, questo non gli fu mai perdonato, anche quando morì - si disse di ADS - sorsero delle dicerie, dei sospetti, delle supposizioni su di una sua presunta omosessualità... oggi diremmo: ma chi se ne frega! Ma erano altri tempi.
E' passato tanto tempo, la sua è stata l'ultima vittoria italiana nel s.o. a livello di elite internazionale.
Ho l'impressione che anche da morto il Cavaliere dia fastidio, si sono dimenticati in fretta di lui, siamo in pochi a ricordarlo con ammirazione, e nessuno sottolinea che è stato il più grande cavaliere civile italiano di tutti i tempi.
Di certo non ho dimenticato, come spinse - con la terribil voce - il suo pomellatissimo irlandese fuori dalla doppia gabbia a Monaco.... eeph!....eeph! roba da brividi.
Ho l'impressione che anche da morto il Cavaliere dia fastidio, si sono dimenticati in fretta di lui, siamo in pochi a ricordarlo con ammirazione, e nessuno sottolinea che è stato il più grande cavaliere civile italiano di tutti i tempi.
Di certo non ho dimenticato, come spinse - con la terribil voce - il suo pomellatissimo irlandese fuori dalla doppia gabbia a Monaco.... eeph!....eeph! roba da brividi.



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