unedì 12 settembre 2011
redo di aver sottoscritto - per mia figlia, allora bambina - uno dei primi abbonamenti a "Cavallo Magazine", siamo nel 1986, fino alla fine degli anni 90 ho continuato ad acquistare quella rivista sempre più saltuariamente, infatti - col tempo - era diventata un "ammasso" di pubblicità inframmezzato da articoli sempre più scadenti, e da reportage fotografici fatti dai lettori per soddisfare il loro esibizionismo narcisista...memorabile l'escursione a cavallo fatta a piazza San Marco da due simpatici picchiatelli.
Nel 2001, abbiamo cambiato casa, in pieno trasloco mia moglie disse: - "cosa te ne fai di tutta questa cartaccia?"...si trattava di molte centinaia di periodici vari: - aveva ragione/aveva torto perché sapevo che in mezzo "a tutto quel loglio c'era del grano di ottima qualità".
Dunque - a malincuore - decisi di disfarmi di quelle riviste, ma per quanto riguardava le pubblicazioni equestri - visionando gli indici - ritagliai alcuni articoli che ritenevo interessanti, tra questi 4/5 scritti di Gianoli, misi il tutto in uno scatolone e me ne dimenticai...
Ora, per un uomo di cavalli Gianoli non avrebbe bisogno di ulteriori presentazioni, ma ad uso degli amici lallisti, metto questo linco dove potranno farsi un'idea di come fosse il nostro.
Luigi Gianoli: - "il poeta dei cavalli".
Tra gli articoli che ho recuperato, c'è: - "E Caprilli fece la rivoluzione.", la tesi del Gianoli, è assai interessante, in effetti analizza - tra l'altro - due realtà equestri : - quella francese e quella italiana ai tempi appena precedenti la rivoluzione caprilliana.
Se avete letto i primi capitoli di "Un Officier", avrete capito che l'equitazione in Francia aveva solide basi e ancor più solida organizzazione.
Malgrado La "Bella Equitazione" fosse nata in Italia, e i grandi cavallerizzi italiani siano stati i maestri dei maestri francesi, per ragioni storico politiche - nel "Bel Paese" - non si riuscì mai a "creare una vera e propria scuola nè una dinastia di istruttori" malgrado che nel 1823, Carlo Felice fondasse a Venaria Reale una scuola di equitazione trasferita l'anno successivo a Pinerolo.
Nei fatti "mancava un'unità di indirizzo, si seguivano alcune regole o, peggio, alcune "mode" senza formare un nucleo di maestri capaci di tramandare i principi di una scuola e uno stile."
In questa situazione - nel 1867 - fu chiamato a dirigere quella scuola Cesare Paderni, un civile che fu equiparato al grado di capitano e poi di maggiore pur non indossando mai la divisa.
Era un ottimo cavallerizzo della vecchia scuola e - in quel contesto - fu maestro di Caprilli...lasciamo per un momento da parte i fatti di casa nostra e - sempre seguendo Gianoli - torniamo in Europa.
Lo sport preferito della nobiltà europea era la caccia..."dove gli ufficiali - che seguivano le rigide regole della vecchia scuola sul salto - dovevano amaramente rendersi conto che i borghesi li superavano
in rendimento passando con più scioltezza staccionate e fossati...insomma cadevano di meno. Tuttavia si accreditavanoenormità come quella del capitano Hayes, forse il più seguito in materia equestre in Inghilterra de XIX secolo, che ci lascia sgomenti: - "Le barre debbono essere incallite in modo da poter sostenere - senza risentire - la mano e il peso del cavaliere", sentenza da inorridire.
E in Francia si diceva che l'equitazioene "è l'artedi regolare e dirigere le forze muscolari del cavallo." Definizioni abbastanza indicative per comprendere il valore dell'intuizione di Caprilli, che portò ad una rottura netta e clamorosa con la tradizione aristocratica e cavalleresca..."
I francesi furono piuttosto ostili a Caprilli e al suo metodo, risentiti per non essere arrivati per primi alle estreme conseguenze dell'evoluzione equestre che essi avevano iniziato col "filer" e ricordavano che d'Aure avesse teorizzato la rivoluzione caprilliana molti anni prima: - "il cavallo in campagna va utilizzato come natura l'ha fatto." scontrandosi anch'egli - all'epoca - coi rigidi assertori della "scuola".
Probabilmente, i francesi sarebbero arrivati alle stesse conclusioni di Caprilli, ma ci voleva tempo: - erano militari...ricordate che L'Hotte, per introdurre il trotto leggero all'inglese dovette aspettare alcuni decenni, prendere i gradi da generale e diventare direttore della Scuola di Cavalleria per imporlo alla cavalleria francese?
Comunque, anche quando il "sistema" - tramite la "variante" Danloux - fu accettato anche in Francia, le polemiche tra i puristi italiani e gli "eretici" francesi continuarono a lungo.
In Italia, i militari erano ancora più ottusi e conservatori di quelli francesi, "il Paderni venne esonerato nel 1892 non perché si fosse constatato l'inefficienza del suo sistema, ma per l'ostilità degli ufficiali superiori indignati che la guardia si dovesse schierare al passaggio di un borghese quale era il maestro, nonché per altre piccolezze formali", inoltre, la società civile italiana non produsse cavallerizzi "rivoluzionari" quali furono - in Francia - Baucher e d'Aure.
Luigi Gianoli: - "il poeta dei cavalli".
Tra gli articoli che ho recuperato, c'è: - "E Caprilli fece la rivoluzione.", la tesi del Gianoli, è assai interessante, in effetti analizza - tra l'altro - due realtà equestri : - quella francese e quella italiana ai tempi appena precedenti la rivoluzione caprilliana.
Se avete letto i primi capitoli di "Un Officier", avrete capito che l'equitazione in Francia aveva solide basi e ancor più solida organizzazione.
![]() |
| Cesare Fiaschi |
Nei fatti "mancava un'unità di indirizzo, si seguivano alcune regole o, peggio, alcune "mode" senza formare un nucleo di maestri capaci di tramandare i principi di una scuola e uno stile."
In questa situazione - nel 1867 - fu chiamato a dirigere quella scuola Cesare Paderni, un civile che fu equiparato al grado di capitano e poi di maggiore pur non indossando mai la divisa.
Era un ottimo cavallerizzo della vecchia scuola e - in quel contesto - fu maestro di Caprilli...lasciamo per un momento da parte i fatti di casa nostra e - sempre seguendo Gianoli - torniamo in Europa.
![]() |
| Cesare Paderni |
in rendimento passando con più scioltezza staccionate e fossati...insomma cadevano di meno. Tuttavia si accreditavanoenormità come quella del capitano Hayes, forse il più seguito in materia equestre in Inghilterra de XIX secolo, che ci lascia sgomenti: - "Le barre debbono essere incallite in modo da poter sostenere - senza risentire - la mano e il peso del cavaliere", sentenza da inorridire.
| Orazio Hayes |
E in Francia si diceva che l'equitazioene "è l'artedi regolare e dirigere le forze muscolari del cavallo." Definizioni abbastanza indicative per comprendere il valore dell'intuizione di Caprilli, che portò ad una rottura netta e clamorosa con la tradizione aristocratica e cavalleresca..."
I francesi furono piuttosto ostili a Caprilli e al suo metodo, risentiti per non essere arrivati per primi alle estreme conseguenze dell'evoluzione equestre che essi avevano iniziato col "filer" e ricordavano che d'Aure avesse teorizzato la rivoluzione caprilliana molti anni prima: - "il cavallo in campagna va utilizzato come natura l'ha fatto." scontrandosi anch'egli - all'epoca - coi rigidi assertori della "scuola".
Probabilmente, i francesi sarebbero arrivati alle stesse conclusioni di Caprilli, ma ci voleva tempo: - erano militari...ricordate che L'Hotte, per introdurre il trotto leggero all'inglese dovette aspettare alcuni decenni, prendere i gradi da generale e diventare direttore della Scuola di Cavalleria per imporlo alla cavalleria francese?
Comunque, anche quando il "sistema" - tramite la "variante" Danloux - fu accettato anche in Francia, le polemiche tra i puristi italiani e gli "eretici" francesi continuarono a lungo.
Caprilli passò 9 anni di traversie, sopportando critiche e boicottaggi e attacchi personali sopratutto da parte delle alte cariche militari, prima di riuscire ad imporre il suo "sistema.
Suo acerrimo nemico fu il Cadorna che già allora mostrava la sua inettitudine e la sua ristrettezza mentale che lo porterà - in seguito - alla disfatta di Caporetto frutto sopratutto degli errori tattici, strategici e psicologici suoi e del suo Stato Maggiore.
lasciamo perdere quel "coglione" di Cadorna e vediamo l'interessantissima conclusione di Gianoli: -
"In verità si potrebbe dedurre che la rivoluzione caprilliana sia sorta proprio da noi per l'ottusità delle nostre scuole militari e di chi le comandava, per l'inefficenza dei nostri cavalieri e l'arretratezza dell'equitazione italiana durante tutto l'Ottocento, mentre in Francia il deprecato Baucher nel 1870 arriva ad insegnare: - "Lasciate il cavallo, lungo la parabola del salto, libero di disporre la testa, l'incollatura e le sue leve come natura indica".
Ma tale straordnaria intuizione non potè svilupparsi a dovere in un mondo estremamente chiuso e arcaicizzante."
(Fine della prima puntata; continua al prossimo numero.)
Purtroppo non ho il seguito di quest'articolo, forse non comprai i numeri seguenti, o forse li ho persi...peccato !
Comunque, scriverò ancora di Caprilli, di "Caprillone" come lo chiamavano le donne, le sue numerose "ammiratrici"...chissà perché !
Suo acerrimo nemico fu il Cadorna che già allora mostrava la sua inettitudine e la sua ristrettezza mentale che lo porterà - in seguito - alla disfatta di Caporetto frutto sopratutto degli errori tattici, strategici e psicologici suoi e del suo Stato Maggiore.
![]() |
| Luigi Cadorna |
"In verità si potrebbe dedurre che la rivoluzione caprilliana sia sorta proprio da noi per l'ottusità delle nostre scuole militari e di chi le comandava, per l'inefficenza dei nostri cavalieri e l'arretratezza dell'equitazione italiana durante tutto l'Ottocento, mentre in Francia il deprecato Baucher nel 1870 arriva ad insegnare: - "Lasciate il cavallo, lungo la parabola del salto, libero di disporre la testa, l'incollatura e le sue leve come natura indica".
Ma tale straordnaria intuizione non potè svilupparsi a dovere in un mondo estremamente chiuso e arcaicizzante."
(Fine della prima puntata; continua al prossimo numero.)
Purtroppo non ho il seguito di quest'articolo, forse non comprai i numeri seguenti, o forse li ho persi...peccato !
Comunque, scriverò ancora di Caprilli, di "Caprillone" come lo chiamavano le donne, le sue numerose "ammiratrici"...chissà perché !
![]() |





Nessun commento:
Posta un commento
Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.