Xenophon: principe ateniese 2400 a.C.

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Il nome: Senofonte, ricorda a tanti studenti di ginnasio - per la traduzione dell'Anabasi - il primo acchitto col greco antico, approccio indigesto, e, a molti, il ricordo suscita improvvisi maldipancia e subitanei voltastomaci malgrado la prosa del Nostro sia considerata chiara e facile.
Per noi cavaglieri è il padre nobile dell'equitazione, citarlo è diventato un luogo comune, anche se pochi hanno letto veramente e pochissimi hanno studiato la sua opera equestre: Equitazione.
Il Nostro è vissuto in un periodo e in un posto che sono considerati tra i più felici dal punto di vista della Storia dell'Umanità, basti pensare che ebbe per maestro Socrate e per compagni di bancoPlatone e Alcibiade.
Nacque in una famiglia aristocratica dove era normale andar a cavallo e i suoi insegnamenti sono più che altro dei consigli dati su una materia che conosce bene ma che non fa per mestiere in quanto - essendo un principe - si riteneva al di sopra e al di fuori di pratiche fatte professionalmente, i suoi impegni erano: la filosofi, la politica e la guerra.
A tal proposito ha lasciato numerosi scritti, noi - ovviamente - ci occupiamo solo del lato equestre.
Da quello che scrive si capisce che deve essere stato un buon cavaliere dalla mano sapiente, parco di frustate e dallo sperone gentile che cerca di tenere il suo lallo in atteggiamento libero in campagna: sorprendente è la sua descrizione della ceduta nel salto del fosso, che precede i dettami caprilliani di 2500 anni; ma nelle parate vuole il suo lallo riunito e pimpante esibendo - al pubblico pagante - piaffo e levate.
Purtuttavia, il lallo è considerato con pregi e difetti antropomorfi ed è trattato quasi come un bambino monello da correggere ed educare, abitudine che ai giorni nostri è di uso assai comune con la differenza che prevalgono i vezzeggiamenti, i ninnoli e le delicatessen che parimenti si usano per biondi pargoletti umani......Cochi, guarda checcarino il mio Ciccio con la sua nuova cuffietta color fucsia !
Pur con questi limiti, si dimostra un ippologo attento, e più volte raccomanda la leggerezza di mano e l’uso di imboccature dolci: il filetto, addirittura consiglia di ricoprire un morso troppo punitivo con del cuoio, da questo punto di vista - benché siano passati 2500 anni - i suoi consigli sono tutt’ora validi, c’è quasi niente da cambiare, mirabile quando dice di montare tranquilli ben sapendo che le tensioni del cavagliere si trasmettono immediatamente allo lallo
Ovviamente, ai suoi tempi non si conoscevano: la ferratura inchiodata e la sella coll’arcione e con le staffe. Tutto ciò condizionava pesantemente al maniera di cavalcare a quei tempi, e infatti il Nostro si dilunga sulla cura dell’unghio dello lallo e sulla maniera di salire e di tenersi in groppa, per contro, poche sono le sue osservazioni riguardo l’alimentazione, il governo dei lalli e la doma/l’ammansimento dei puledri, sembrerebbe che lui considerasse queste attività riservate aprofessionisti del settore, cose non degne per i gentilhuomini.
Dunque, considera molto chic montare e smontare al volo aiutandosi con la lancia, da questo capiamo che - a quei tempi - per cavalcare bisognava esser terribilmente in forma ed era un’attività riservata a giovani guerrieri/militari, inoltre l'antico morso greco - col quale si andava in battaglia - a volte era munito di spuntoni laterali e di una specie di nasierina di metallo assai convincente.
Qualcosa di simile:

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Per quanto riguarda il governo del piede scalzo......il principe ci informa di come fare per calleggiare bene i piedi a patto che si scegliessero lalli dai pedi boni, ergo se si sceglievano i boni esistevano i mali...proprio come oggi.
Dunque, prescrive di tenere a crescere i polledri in montagne sassose, raccomanda che la pavimentazione degli stalli fosse formata da sanpietrini tondeggianti e che, quando i lalli erano legati fuori per il governo della mano fossero stazionati su delle cornici in ferro contenenti pietre tondeggianti...lo scopo era di incallire la suola e pareggiare la muraglia, infatti, non fa alcun cenno al pareggio dell’unghio nè con le tenaglie nè con la raspa, strumenti sicuramente conosciuti ed utilizzati alla sua epoca.
Il sistema - sia pure empirico - era efficace, dato che le strade lastricate o battute era pochissime e sicuramente quei cavalieri sceglievano - fino a quando era possibile - fondi morbidi.
I ploblemi nascevano quando si andava a lungo in strade dure/sassose o si era costretti a fare andatura per giorni di seguito.
Immancabilmente i lalli si azzoppavano, abbiamo testimonianze di interi eserciti fermi ad aspettare che i piedi dei loro lalli si rigenerassero, sappiamo che malgrado ciò, centinaia di animali venivano abbandonati proprio perché restavano ostinatamente zoppi...perché restavano zoppi ?
E’ assai probabile che l’andare a lungo scalzi sul duro provocasse, in quelle povere vestie, ciò che noi chiamiamo navicoliti/laminiti/sobbattiture, d’altronde, si sa che - in situazioni estreme - si ricorreva a protezioni più o meno singolari; Senofonte stesso - nell’Anabasi - ci parla di scarpettefatte di iuta e paglia per superare dei valichi di montagna in inverno, comunque sappiamo che - ai tempi del nostro - si usavano protezioni in cuoio anche per i piedi dei cammelli (Tucidite).
Attenzione non fate lo sbaglio di paragonare quei lalli ai nostri, è vero, quegli animali lavoravano scalzi o con protezioni sgarrupate e - a volte - avevano prestazioni simili a quelle dei nostri lalli ferrati, ma sappiate che un lallo non campava (in media) più di 10/12 anni, che il suo splendorenon durava oltre i 5/6 anni; appena aveva problemi. il lallo del principe - in genere - veniva riformato, ma non veniva macellato o messo al pascolo perché zoppo, scendeva di categoria, passava ad altri servizi via via più umili, finché, di mano in mano arrivava al più profondo gironedell’inferno equinesco: l’attacco alle macine di mulini, frantoi e ai marchingegni per tirar su l’acqua dai pozzi.
A quei tempi...ma fino all'ottocento, anco un lallo zoppo di 3 piedi aveva un prezzo.

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